Elezioni comunali, Gialuz scende in campo: «Pronto a candidarmi a sindaco di Trieste»
Il prof universitario e presidente di Barcolana ufficializza la discesa in campo e si propone alla coalizione di centrosinistra per la corsa a sindaco: «L’amministrazione ha smesso di ascoltare la città. Trieste può riscoprirsi capitale d’area, attenta ai bisogni dei cittadini»

Mitja Gialuz conferma. Con un’esclusiva al Piccolo, l’avvocato penalista classe 1975, docente di Procedura penale all’Università di Genova e timoniere della Barcolana dal 2014 quale presidente della Svbg, ufficializza la sua disponibilità a una candidatura civica alle elezioni 2027 per la coalizione di centrosinistra “Futuro in Comune”. Autore di quasi 200 pubblicazioni in materia di giustizia penale e di un manuale appena dato alle stampe, per anni ha insegnato all’Università di Trieste, dove è stato componente del senato accademico.
Gialuz, si fa avanti?
«Sì, offro la mia disponibilità alla città e alla coalizione di centrosinistra “Futuro in Comune” per una candidatura alle prossime elezioni comunali, con uno spirito unitario. Lo faccio con entusiasmo, senso di responsabilità e voglia di mettermi in gioco».
Quando è maturata la scelta?
«In estate, dopo l’esperienza alla guida del Comitato per il No al Referendum sulla Giustizia. Un percorso nel quale ho respirato entusiasmo, voglia di partecipare e di costruire un futuro migliore, soprattutto tra i più giovani».
È docente di ruolo, come avvocato patrocina cause importanti. Potrebbe aspirare a incarichi a Roma, c’è chi parla anche del Csm. Chi glielo fa fare a candidarsi a sindaco?
«La mia è una candidatura di servizio, nasce dal mio amore per Trieste. La città in cui sono cresciuto, che mi ha formato, mi ha dato opportunità straordinarie. Vorrei restituirle almeno parte di quello che ho ricevuto».
Della sua disponibilità si parla da mesi, anni. Perché farsi avanti solo, e proprio, ora?
«Credo sia il momento giusto per costruire un progetto solido, fatto di competenze e partecipazione. Ora c’è tanto lavoro da fare: bisogna riallacciare il dialogo con i rioni, ascoltare la città e comprendere i bisogni reali dei cittadini, cose che questa amministrazione non fa da tempo».
E quali sono, secondo lei, i reali bisogni dei cittadini?
«Lavoro dignitoso, sicurezza, casa a prezzi accessibili, soprattutto per i giovani, attenzione a fragilità e servizi che funzionino. I cittadini chiedono un’amministrazione presente, che dia risposte concrete. Non miracoli, ma attenzione, serietà, tempi certi. La città è un organismo che vive e cresce quando nessuno si sente lasciato solo».
“Futuro in Comune” sta lavorando al programma già da mesi. Come vi si approccerà?
«Con umiltà. Ho massimo rispetto per il generoso lavoro di ascolto, approfondimento e mediazione fatto dalla coalizione, alla quale mi offro di dare il mio contributo qualora proprio da un confronto sul programma dovesse maturare una candidatura».
Ha già fatto un passaggio ufficiale con la coalizione?
«Ho chiesto un incontro per i prossimi giorni. Credo che organi di partito e forze politiche abbiano la responsabilità di prendere le decisioni e fare sintesi».
Lei proviene dalla sinistra, in passato ha ricoperto ruoli di responsabilità nel Pd. Perché, ora, una proposta civica?
«I miei valori e la mia passione civile sono noti. Penso che al di là della forza dei singoli partiti, determinante sarà l’unità di tutte le realtà di centrosinistra e l’essenziale contributo della società civile. La mia disponibilità non vuole sostituire le forze che in questi anni hanno fatto un prezioso lavoro di opposizione, ma aggiungere, unire, mobilitare ulteriori energie».
Se sarà candidato, che Dna avrà la sua lista?
«L’obiettivo è allargare il perimetro di “Futuro in Comune”, coinvolgendo cittadini, professionisti, imprenditori, commercianti, lavoratori, pensionati, ricercatori e studenti per costruire un progetto di intelligenza collettiva. Il suo connotato forte sarà l’attenzione per il futuro di Trieste, l’orgoglio per una città aperta al mondo, capace di ricoprire il suo ruolo internazionale e mitteleuropeo, attenta ai bisogni dei suoi cittadini».
C’è un altro profilo, quello di Francesco Russo, che ha dato disponibilità e il cui nome oggi è messo in contrapposizione al suo all’interno del Pd. Come si pone nei suoi confronti?
«Francesco Russo è una persona dalla grande esperienza politica, conosce bene la città e ha condotto un’opposizione generosa. Credo possa dare un contributo importante, mettendo a disposizione le sue competenze».
Nei giorni scorsi Russo ha fatto trapelare una raccolta di firme dell’Assemblea dem per dimostrare la sua maggioranza nel Pd: come lo commenta?
«È un confronto interno al Pd e lo rispetto. In questi anni il partito triestino ha dimostrato grande capacità di coesione e sintesi, che sono certo saprà esprimere anche in questa occasione».
Se non si riuscisse a fare sintesi, direbbe sì alle primarie?
«L’esperienza a Trieste insegna che le primarie rischiano di dividere, indebolire. Gli elettori chiedono unità e condivisione».
Nella sua disponibilità un fattore importante lo ha giocato Adesso Trieste, realtà che più di tutte ha chiesto discontinuità. Che ruolo potrebbe avere in questo percorso?
«Credo che At rappresenti una delle novità più significative della politica triestina degli ultimi 20 anni, e che possa portare in dote il valore della partecipazione come strumento di governo della complessità. Un metodo fondamentale per una città che sta vivendo trasformazioni importati, oggi ignorate».
Come intende convincere l’elettorato dormiente?
«Costruendo insieme una grande utopia concreta: quando c’è un richiamo ai valori, alla comunità, al senso di appartenenza, le persone rispondono».
In questi anni ha avuto modo di collaborare con la macchina comunale, senza mai sbilanciarsi. Oggi quale critica fa alla giunta Dipiazza?
«A Dipiazza riconosco un ruolo importante nella storia recente di Trieste, a partire dal contributo dato al processo di pacificazione del confine orientale. Ma ciò non toglie che negli ultimi anni lui e la maggioranza di centrodestra non abbiano saputo rispondere ai problemi della città, né offrire prospettive di futuro».
Un elettorato più di sinistra, al contempo, potrebbe ritenere la sua figura di avvocato e docente troppo elitaria per comprendere le necessità di persone più svantaggiate.
«Al contrario, proprio dalla mia esperienza di giurista ho maturato la responsabilità dello stare più vicino ai deboli, ai fragili, a coloro che hanno bisogno di essere difesi dai più forti. Al contempo, da professore ho avuto modo di apprezzare l’entusiasmo dei più giovani, la necessità di costruire il futuro con il dialogo e, talvolta, lo scontro con un punto di vista sul mondo e le ingiustizie che chiede risposte».
Cabinovia: lei l’avrebbe fatta?
«Io non avrei fatto la cabinovia, ma sfruttato la grande occasione del Pnrr per ripensare seriamente alla mobilità della città».
Porto Vecchio: cosa ne pensa?
«Un progetto così importante avrebbe richiesto partecipazione e una visione strategica per l’itera città, che sono mancate».
Come si approccerà al tema dell’immigrazione?
«Credo che l’immigrazione non vada né idealizzata né demonizzata, ma governata nel pieno rispetto dei principi costituzionali ed europei. Il primo è la tutela della dignità delle persone».
Ora dovrà dimettersi da presidente di Svbg? Come ha vissuto la Barcolana, sapendo che poteva essere l’ultima?
«Con un’emozione superiore alle precedenti, ma con la consapevolezza che c’è un equipaggio strutturato che può portare avanti i progetti di Barcolana e della Svbg anche senza di me».
Cosa, dell’organizzazione della regata, potrà portare come valore aggiunto?
«La delicatezza del governo della complessità, la necessità del tenere assieme pubblico e privato, oltre a una conoscenza da vicino delle istituzioni locali. Barcolana mi ha lasciato l’esperienza del marinaio: non basta il timoniere, serve un equipaggio coeso, che crede nella rotta».
E a chi l’accusa di aver sfruttato la Coppa d’Autunno per farsi una pre-campagna?
«Sono 12 anni che metto in Barcolana tutta la mia energia e la mia passione per farla migliorare, crescere, maturare. Da sportivo è quello che ho fatto in tutte le esperienze della mia vita».
È abituato ad avere ottimi rapporti con le istituzioni, indipendentemente dal colore politico. È conscio che da oggi non le risparmieranno nulla?
«Sono consapevole che entro in una dimensione diversa, nella quale il confronto sarà anche duro. Ma non cambierò il mio modo di essere. Ho sempre cercato il dialogo e costruito rapporti di fiducia con le istituzioni. Credo che questa capacità sarà preziosa anche in futuro, perché gli interessi di Trieste devono venire prima delle divisioni politiche».
Avrebbe timore di Fedriga?
«No. Rispetto tutti, ma non temo nessuno. Credo fortemente in un’alternativa per la città e nella possibilità di mettere in campo una proposta vincente».
Tra i primi attacchi che riceverà, il rapporto con la sua compagna, la deputata Pd Debora Serracchiani. Non teme che il peso politico della sua figura venga usato contro di lei?
«Il nostro è un bellissimo rapporto. Condividiamo vita, passioni, valori, ma ciò non significa essere la stessa persona. Confido che a Trieste mi conoscano per quello che ho fatto nello sport, all’università e in un evento che ho fatto crescere per anni. Ho la mia storia e la mia autonomia».
E a chi insinuerà che è stato “raccomandato” da lei?
«Se qualcuno pensa che dietro questa scelta ci sia la sua regia, vorrei deluderlo. Debora è stata la prima essere contraria a una candidatura. E a oggi non sono ancora riuscito a convincerla».
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