Pallacanestro Trieste, cinismo da coltivare dopo il colpo sfiorato a Tenerife
Trieste ha domato per 28 minuti la corazzata spagnola in Champions League: ma nel momento clou, ancora una volta, un calo mentale

C’è un’immagine che resta impressa nella mente dei tifosi della Pallacanestro Trieste dopo il match di mercoledì sera a Tenerife: quella di una squadra che, per ventotto minuti, ha dato l’impressione di poter insegnare basket a una delle corazzate della Champions League.
In un fortino inespugnabile come la Santiago Martin Arena, Trieste ha recitato la parte della protagonista, incurante di un roster ridotto ai minimi termini da un’infermeria che sembra non voler saperne di svuotarsi. Senza Moretti, con Sissoko ancora ai box e con la tegola improvvisa di Ramsey (problema a una caviglia emerso solamente alla vigilia del match), il piano partita di coach Gonzalez si era trasformato in una missione ai limiti dell’impossibile.
Eppure, Trieste ha dominato. Ha mosso la palla con una efficacia che ha stordito gli spagnoli, trovando conclusioni pulite e una solidità difensiva che ha fruttato un incredibile +16 (49-65).
In quel momento, la sensazione non era solo quella di essere in grado di vincere, ma di poter riscrivere le gerarchie del girone, ipotecando una qualificazione che avrebbe avuto del miracoloso viste le condizioni di partenza. Poi, però, si è spenta la luce.
Quegli ultimi dodici minuti sono stati una lunga salita: un parziale di 34-12 che ha ribaltato il match portando gli spagnoli sull’83-77, trasformando una serata storica in un’analisi dei propri limiti. Viene spontaneo chiedersi se la stanchezza possa essere l’unico alibi. Certamente giocare con rotazioni così corte contro una squadra profonda ed esperta come il Tenerife, alla lunga presenta il conto.
Ma c’è un però che non può essere ignorato e che riporta alla mente il ricordo della sfida di campionato contro Trento. Anche in quell’occasione, la Pallacanestro Trieste aveva dato l’impressione di avere la partita in pugno, salvo poi sciogliersi di fronte al cambio di passo dell’avversario.
Più che un crollo fisico, sembra emergere una sorta di difficoltà nel gestire i momenti di rottura della partita. Quando l’avversario alza la pressione e l’inerzia cambia, la squadra fatica a trovare sicurezze, a rallentare il ritmo per spezzare il parziale altrui. È un po’ il paradosso di una squadra che asseconda il talento dei suoi protagonisti quando è in fiducia, ma che sembra ancora mancare di quel cinismo “sporco” necessario per congelare il risultato quando le energie scarseggiano.
Uscire da Tenerife con una sconfitta per 84-82 dopo aver condotto in quel modo fa male, perché la qualificazione era lì, a portata di mano. Resta la consapevolezza di essere al livello delle migliori d’Europa, ma anche il monito che nel basket internazionale, così come contro le prime della classe in Italia, non è permesso smettere di giocare prima del quarantesimo. La lezione è chiara: per diventare grandi davvero, bisogna imparare a capire che quando le partite diventano “sporche” bisogna starci dentro e vincere anche superando i momenti di difficoltà.
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