Trieste e l'incubo del "furto" di canestri: Paul Matiasic e il fantasma di Stefanel 30 anni dopo

Dall'addio di Bodiroga per Milano al possibile sbarco a Roma: la città vive il terrore di un nuovo esodo biblico. Il piano per sdoppiare il titolo sportivo agita Valmaura

Lorenzo Gatto
L'imprenditore veneto Giuseppe "Bepi" Stefanel
L'imprenditore veneto Giuseppe "Bepi" Stefanel

Trent’anni dopo, la storia sembra voler rimettere in scena lo stesso identico copione, cambiando solo i protagonisti e la destinazione finale, ma lasciando intatto quel senso di smarrimento che solo una città che vive di pane e basket può provare.

Bisogna chiudere gli occhi e tornare al 1994. Trieste era l’ombelico del basket italiano, una corazzata costruita per vincere tutto sotto l’ala protettrice di Bepi Stefanel.

Poi, il fulmine a ciel sereno: il passaggio dell’intero blocco, proprietà, coach Tanjevic, talenti cristallini come Bodiroga e Fucka, verso Milano. Fu un esodo biblico consumato sull’asse della A4 che lasciò la città svuotata di sogni e di campioni dall’oggi al domani.

Quella ferita non si è mai chiusa del tutto. È rimasta lì, sotto la pelle, pronta a prudere ogni volta che un investitore arrivato da fuori Trieste inizia a guardarsi intorno con troppa insistenza.

Oggi, il nome che agita i sonni dei triestini è quello di Paul Matiasic. Se trent’anni fa fu il fascino (e il portafoglio) di Milano a sedurre la proprietà, oggi è il richiamo della Capitale.

Le voci sul possibile sbarco di Matiasic a Roma non sono solo chiacchiere da bar: sono il riflesso di un film già visto. I punti di contatto con il ’94 sono fin troppo evidenti: una proprietà esterna che ha ridato ossigeno e ambizione e una piazza che risponde con un entusiasmo commovente.

Il quadro è complesso. È ormai noto che Matiasic stia lavorando da tempo per portare il grande basket a Roma, un obiettivo strategico che appare come il vero fulcro dei suoi piani futuri. Solo come conseguenza di questa volontà, e nel tentativo di non lasciare Trieste orfana della palla a spicchi, sarebbe scattata la caccia a un secondo titolo sportivo.

Un equilibrismo burocratico che, nelle intenzioni, vorrebbe salvare capra e cavoli, ma che nei fatti aprirebbe scenari incerti.

Il rischio concreto è che il progetto principale lasci all’ombra di San Giusto solo le briciole di un passato glorioso.

Rispetto al ’94, lo scenario appare oggi più cupo. All’epoca, l’addio di Stefanel ridimensionò Trieste ma non la cancellò.

Oggi, un eventuale spostamento del titolo o uno sdoppiamento forzato, rischierebbero di far scivolare la città ai margini del basket che conta.

Senza una prospettiva solida, il palazzetto di Valmaura diventerebbe un monumento al silenzio.

Sarebbe un addio senza paracadute, un salto nel vuoto che la città non merita e che il suo popolo non è disposto ad accettare.

Trent’anni dopo, Trieste si ritrova di nuovo davanti allo specchio della sua storia, sospesa tra il timore di un dejà-vu e la voglia di restare grande.

La partita ora si gioca fuori dal parquet, tra strategie societarie e diplomazia sportiva, ma con una certezza: per questa piazza, la pallacanestro non è una franchigia da spostare su una mappa, ma l’anima stessa della città.

E l’anima, per definizione, non può essere oggetto di trattativa

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