Pavanel riparte dall'Hellas Verona e guarda alla "sua" Triestina: «Un mezzo miracolo essere ancora in piedi»

Il tecnico guidarà la Primavera gialloblù: «Verona è parte della mia vita». Poi il punto sull'Unione: «Serve continuità e un centro sportivo per tornare grandi»

Guido Roberti

Sono stati giorni particolari a Verona. La commozione ha abbracciato la città di Romeo e Giulietta. Attorno all’Arena, uno degli anfiteatri più affascinanti al mondo e lungo le vie del centro l’argomento più in voga di questi giorni tra gli sportivi è stato il ricordo di Osvaldo Bagnoli, artefice di quell’incredibile scudetto scolpito nella storia del calcio dal 1985, emblema di un sogno di provincia catapultato in un presente in cui fin la parola sogno appare svalutata.

Perché forse un sogno così non ritornerà mai più, ma senza scomodare Modugno, valide persone se ne trovano tante, e ancora, anche nel calcio. Il contesto, quello meno, meno di un tempo, fertile per storie come quella del Verona di Bagnoli. Lungo le sponde dell’Adige proseguirà il lavoro un triestino d’adozione.

Collaboratore tecnico di Sammarco in A nella stagione scorsa, Massimo Pavanel ha firmato il contratto che lo legherà ancora all’Hellas Verona. Guiderà la Primavera scaligera, come già fece 5 stagioni dal 2012 al 2017. Un capitolo importante Verona, come un capitolo importante, e sempre aperto, è Trieste, vissuta da giocatore e capitano, da allenatore, da tifoso.

Pavanel, questa firma è il compimento del buon lavoro già svolto a Verona?

«Mi fa molto felice, già l’anno scorso in prima mi è stata data la possibilità di rientrare in un ambiente che conoscevo bene, persone con cui la stima umana è reciproca. Sarà il settimo anno a Verona, una parte importante della mia vita professionale, città stupenda in cui per spiegare cosa è l’Hellas bisogna viverci, vivere la loro storia».

Lavorare con i giovani è sempre stata una sua vocazione.

«Sono una parte fondamentale nella formazione di un allenatore, parlare di Primavera significa parlare quasi di prima squadra. Sono già uomini ma ti vedono come un mentore. Sono felice di riabbracciare la Primavera».

Veniamo alla "sua" Triestina, finalmente del sano ottimismo si può respirare?

«Finalmente si torna a parlare di campo, di squadra. C’è un direttore sportivo importante. È un campionato, ed è vero per le squadre che lottano per la promozione, molto vicino alla serie C. Partiranno agguerrite in tante ma ne uscirà vincitrice una soltanto, questo rende il campionato molto difficile».

Una idea la possiamo fare?

«Potrebbero essere 3-4 in lotta, anche se poi alla fine questi campionati si risolvono spesso con un testa a testa, mi ricordo Treviso e Triestina nel 1994/1995, con qualche innesto furono competitive anche l'anno dopo in C2, il Treviso salì in C1, noi facemmo i playoff. Serve una squadra competitiva ma in Triestina lo sanno».

Figura che lei conosce molto bene. D’Aniello?

«Sa fare molto bene il suo lavoro ed il fatto che abbia accettato di ricoprire un ruolo che comporta anche una certa esposizione, fa pensare che abbia avuto rassicurazioni, le cose vanno componendosi».

Per certi aspetti incredibile come la Triestina sia ancora in piedi. Scampato pericolo?

«Sicuramente un mezzo miracolo, ma quello che tutti vorremmo è la continuità futura».

Un suo mantra è quello della ruspa che inizia i lavori di costruzione di campi di allenamento. Lo ripropone?

«Qualunque proprietà non sarà mai sufficientemente credibile fin tanto che non si vedrà iniziare una opera di cui ha davvero bisogno la Triestina. Deve diventare la base per una Triestina solida e sostenibile, che può essere il livello della B. In C essere sostenibili e competitivi è impossibile».

Un augurio ai tifosi?

«Quello più grande è vedere lo stadio pieno, la gente di Trieste uscire felice dopo una vittoria che sancisce qualcosa di importante, un salto di categoria. E farlo al Rocco, sbandierando, e correndo per la città con i vessilli dell’Unione al cielo».

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