L’ex Rossitto: «Sulla Triestina tanta pressione»

L’allenatore analizza il difficile avvio di campionato: «Il blasone pesa in ogni categoria e la D è molto dura. Partenza da zero ma Fontana è un tecnico in gamba»

Antonello Rodio
Il tecnico Fabio Rossitto quando allenava l’Unione
Il tecnico Fabio Rossitto quando allenava l’Unione

 

Dopo averla portata alla salvezza lo scorso anno, adesso Fabio Rossitto sta guidando la Sanvitese subito alle spalle delle prime tre della classe in Eccellenza (Muggia, Pordenone e Monfalcone). Ma l’ex tecnico alabardato, profondo conoscitore della serie D, è anche la figura ideale per cercare di capire il difficile momento della Triestina.

Rossitto, se l’aspettava questa brutta partenza della squadra alabardata?

«In questi termini no, ma guardate che la serie D non è facile: da anni il Cjarlins Muzane investe tantissimo e ancora non ce l’ha fatta, anche se forse quest’anno sarà la volta buona. Ma non è facile vincere, le cose vanno preparate per bene».

Ma qui non si parla di vincere, il fatto è che la squadra alabardata dopo sette partite ha fatto solo 6 punti. Come se lo spiega?

«In tempi non sospetti avevo detto che lavorare a Trieste non è farlo come nelle altre squadre. Quello della Triestina è un nome importante, molto pesante soprattutto in queste categorie. Io ho avuto la fortuna di lavorarci pur in un periodo dove in pratica la società non c’era, e ho avvertito che non è un posto normale, di normale non c’è niente, si sente un bel peso perché a Trieste è tutto portato all’esasperazione».

Quindi si tratta di troppa pressione?

«Quando alleni la Triestina, in qualsiasi categoria ti trovi, che sia anche serie D o Eccellenza, ti senti un professionista. E la pressione dell’ambiente, dello stadio e dei tifosi si sente molto. Diciamo che bisogna avere degli attributi per giocare a Trieste, è una piazza molto particolare e per presentarti bene con questo nome bisogna fare le cose in una certa maniera. Lo dico in generale, non parlo della situazione attuale che non conosco bene».

Ma andando proprio alla Triestina attuale, possono esserci anche motivazioni tecniche all’origine di questo inizio negativo?

«Partendo in ritardo e con giocatori tutti nuovi, non poteva essere semplice. Ma il direttore sportivo Delli Carri non è uno sprovveduto, è bravo e di calcio ne capisce, serve solo un po’ di tempo. Al momento però ci sono squadre più attrezzate e che conoscono meglio la categoria».

Fra i tifosi si parla molto di un cambio in panchina: ma è sempre la cura giusta?

«Ma no, Fontana lo conosco, è una persona seria e capace, sa il fatto suo. In questo momento serve avere pazienza, anzi sarebbe opportuno aiutare squadra e tecnico che ne hanno bisogno. La pressione è forte ma l’allenatore ha bisogno di essere più tranquillo e sereno, va lasciato lavorare bene».

Cosa servirebbe allora?

«Serve che tutti si conoscano meglio e si adattino a una categoria che è tosta e cattiva. Ma c’è tutto il tempo per raddrizzare la situazione. Anche con me all’epoca ci salvammo bene ma ci fu comunque pressione».

A proposito, quella volta subentrò in una situazione difficile: su cosa puntò?

«In qualche maniera ci eravamo compattati. Ricordo che non c’erano nemmeno gli stipendi ma avevo trovato un gruppo fantastico di ragazzi incredibili per serietà e bravura. Quando al Rocco vincemmo con il Mezzocorona in 9 contro 11 venne giù la curva. Ma ora qui c’è una società presente: non c’è bisogno di critiche ma di sentire la gente vicina. È solo questione di adattamento, poi certo non vincerà il girone, ma la Triestina verrà fuori da questa situazione».

Il Cjarlins continua invece a spendere: sarà il suo anno?

«Questo è l’anno che deve andare su ed è partito molto bene al di là dell’ultima partita. Insomma dovrebbe essere l’anno buono e sarei contento perché c’è un allenatore del posto e molto bravo, in gamba. E poi il presidente se lo merita dopo anni di investimenti: ecco, se proprio non vincerà la Triestina, allora sarei contento lo facesse il Cjarlins».

 

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