Steffè, un mulo al Chievo: «La Triestina è nel cuore, mi piacerebbe tornare»
L’ex giocatore rossoalabardato è sotto contratto con la società scaligera che milita in Serie D: «Ho visto sfumare la B contro il Pisa in un Nereo Rocco pieno zeppo con 20mila spettatori. Il futuro? Giocare di nuovo tra i professionisti con il mio futuro figlio a vedermi sugli spalti»

Ancora giovanissimo, a soli 22 anni, il triestino doc Demetrio Steffè si ritrovò con la maglia della squadra della sua città nell’anno del centenario a giocarsi la promozione in serie B nella maledetta finale con il Pisa. Momenti difficili, da dimenticare.
Sette anni dopo il centrocampista ha appena vinto la finale playoff di serie D con il Chievo, giocando 120 minuti filati (da braccetto destro di una difesa a tre, non certo il suo ruolo) appena rientrato da un piccolo problema fisico.
Dopo Trieste, Steffè si era fatto valere in serie C anche con Cesena e Potenza, poi la scelta di riavvicinarsi a casa e le esperienze con il Cjarlins Muzane e ora di nuovo con il Chievo. Ma l’obiettivo è quello di tornare fra i Pro.
Steffè, quando lei era in alabardato la Triestina era arrivata a un passo dalla B: cosa prova ora a vederla scendere in serie D?
«Mi dispiace tanto, soprattutto dopo aver vissuto quello che ho vissuto io con la maglia alabardata. A 22 anni ho segnato un gol nella partita del centenario contro la Feralpi e poi mi sono trovato a giocarmi la B davanti a 20mila spettatori. La società c’era, la città c’era».
E poi invece?
«Poi è capitato quello che è capitato in questi anni e c’è stato il declino, anche se al momento da fuori sembrerebbe che qualcosa di buono ci sia e si stiano cercando di rimettere le basi per fare buone cose. A partire dall’entrata di D’Aniello».
A proposito, la sua nomina può essere un segnale di garanzia che le cose andranno fatte in un certo modo?
«Lui è una persona preparatissima in tutto, con grandi capacità nella gestione di una società calcistica. E poi a livello umano è anche un’ottima persona, inoltre conosce bene la città. E proprio questo fattore è stato un problema non indifferente degli ultimi tempi che ha causato anche il distacco con i tifosi».
Ai suoi tempi in alabardato non era così.
«A parte che all’epoca i risultati arrivavano, si era anche creata una vera alchimia tra squadra, città e tifosi. Questo purtroppo è andato perso e bisogna ricreare di nuovo l’entusiasmo. Che poi quest’anno a chi è andato in campo non si può dire niente, sono stati bravi. Sono andato a vedere qualche partita e i tifosi c’erano anche, poi vista la situazione inevitabilmente la voglia passa e diventa rabbia».
Lei ha giocato in entrambe le categorie: quali le differenze fra serie C e D?
«In D serve la fortuna e la bravura di scegliere bene i giovani, ne devi avere sempre in campo tre e quello conta tanto. L’altra cosa fondamentale è che i cosiddetti vecchi di esperienza, anche se devono fare panchina perché devono giocare i giovani, non si lamentino e anzi aiutino i ragazzi a stare sereni e a dare il meglio di sé».
Serve quindi questo mix per vincere in D?
«Sì, perché invece non sempre è così e qualche veterano si lamenta. Quindi servono le persone giuste che capiscano il progetto da mettere davanti a due presenze in più. Perché poi se si vince le cose cambiano per tutti. La D comunque è una bella giungla, non è facile vincere ma una realtà come Trieste merita di più».
Come mai dopo Trieste, Cesena e Potenza la discesa in D?
«Onestamente l’anno scorso dopo l’esperienza col Potenza sentivo la necessità di avvicinarmi a casa e alla famiglia. Ho aspettato, c’era qualche possibilità al nord che però non mi interessava più di tanto. Poi è arrivata la chiamata di Zanutta, ero stufo di aspettare e allenarmi da solo, così ho detto provo».
E come è andata?
«Puntavamo a qualcosa di più, fino a gennaio era andata bene, ne è uscito un campionato normale. Poi ho accettato la proposta del Chievo, dove avevo vinto uno scudetto Primavera, e ho firmato un biennale visto il progetto serio e accettando anche il sacrificio di andare più distante. È stata un’annata difficile con tre mister, ma poi ci siamo compattati trovando la quadra e abbiamo vinto i playoff, ora bisognerà vedere e ci saranno possibilità di ripescaggio».
L’obiettivo comunque è di rigiocare in C?
«Diciamo che fra un mese mi sposo e fra tre mesi divento papà di un maschietto. E da quando l’ho saputo, dopo aver già giocato 300 partite da pro, il mio obiettivo è che mio figlio venga allo stadio a vedermi ancora nei professionisti: un obiettivo raggiungibile».
E se arrivasse una chiamata dalla Triestina?
«Avendoci vissuto tanti momenti belli, solo a sentire il nome della Triestina mi vengono i brividi, anche perché è casa mia. Ma al momento sono sotto contratto col Chievo e anche loro faranno una valutazione. Io, come ogni chiamata che arriva a un calciatore, la valuterei, soprattutto per Trieste. Ma la cosa importante è un’altra».
Quale?
«Che finalmente le cose sul piano societario vengano fatte nel modo giusto, in modo da poter sfruttare tutte le potenzialità che Trieste ha già dimostrato di avere in passato».
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