Pizzul: «Memo ha lasciato il segno ovunque»

SAN LORENZO
«Una persona che ha lasciato un ottimo ricordo in tutti coloro che lo hanno conosciuto e con cui per poco non ho giocato insieme con la maglia del Catania». Bruno Pizzul ricorda così Guglielmo “Memo” Toros, indimenticato calciatore in serie A con la Pro Patria tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, scomparso l’altro giorno all’ospedale di Gorizia a 85 anni. La stima di Pizzul per l’uomo e l’atleta emerge in maniera chiara: «Memo è stato uno dei cinque giocatori che hanno portato il nome di San Lorenzo in serie A tra gli anni ’40 e ’50, assieme a suo fratello Riccardo, a Ivano Blason e ai due Orzan, Alberto e Bruno». Toros giocò con diverse maglie: oltre al suo San Lorenzo, anche Pro Gorizia, Fanfulla, Macerata. «Ma si legò indissolubilmente alla Pro Patria – spiega Pizzul – dove giocò otto campionati tra serie A e B: a Busto Arsizio incontrò anche la donna che divenne poi sua moglie. Al termine della carriera Toros passò anche dalla Sicilia prima di vestire la maglia di Monfalcone e Cervignano e diventare poi allenatore: «Io arrivai a Catania nell’anno in cui lui invece tornò in Friuli – ricorda Pizzul – ma mi accorsi subito che aveva lasciato un ottimo ricordo umano: Memo era una persona gioviale, grande amante della compagnia. Calcisticamente era noto per la sua grinta e per la sua imponente fisicità: la passione per lo sport era talmente tanta che continuò a giocare a livello dilettantistico fino alla soglia dei 50 anni». E non mancano gli episodi curiosi: «Ricordo che a 48 anni era ancora talmente apprezzato dal punto di vista tecnico che il Ruda, società nella quale aveva militato in quell’anno, era piuttosto restio a lasciarlo tornare a San Lorenzo, dove avrebbe giocato un ultimo anno nella categoria amatori. Dovetti andare con lui dal presidente della società per convincerlo a lasciarlo libero: questo episodio racconta di quanto, sia sotto l’aspetto umano che sportivo, Memo fosse benvoluto ovunque. Toros è stato un uomo davvero unico».
Matteo Femia
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