Thorpe, derubato delle medaglie d’oro dall’invidia razzista

TRIESTE. Si chiamava Wa Tho Huk, Sentiero Lucente, quel mezzosangue che sbaragliò tutti nel pentathlon e nel decathlon ai Giochi di Stoccolma nel 1918. Finì al 4° posto nel salto in lungo e 7° nel salto in alto. Il re di Svezia nell’ultimo giorno dei Giochi scese in pista a premiare il più grande atleta del mondo – così si espresse il sovrano – e il pellerossa statunitense non seppe che rispondere alla maniera degli stallieri: «Thanks, King».
Jim Thorpe, questo il nome dello straordinario atleta, nato forse nel 1888 in un territorio indiano dell’Oklahoma, dicono a Prague, figlio di un irlandese e una francese, entrambi i genitori figli di donne pellerossa, ebbe studi assai sporadici nella scuola indiana di Tecumsek. Orfano di mamma adolescente, scappò da casa per non dover ubbidire al padre. Lavorò in un allevamento di cavalli, visse all’aria aperta. Grandicello fu invitato alla scuola di Carlisle dove si dedicò molto all’atletica, al baseball e al football più che alla cultura. Nel 1907 si hanno le prime notizie di un ragazzotto capace di saltare in alto 175 cm vestito da passeggio. Giocava a baseball e a football anche per racimolare qualche dollaro. Nel 1912 fece i Trials per andare alle Olimpiadi: vinse nel pentathlon (surclassando un certo Avery Brundage) e nel decathlon, nell’alto e nel lungo.
Raccontò poi nel film “Pelle di rame” (interprete Burt Lancaster) sulla sua vita che, navigando sul vapore che lo trasportava in Scandinavia, si allenava col pensiero. Immobile sul ponte della nave, col pensiero viveva i passi delle corse, i gesti del salti e dei lanci, contraendo i muscoli come se si trovasse sui campi di gara. Nasceva la ginnastica isometrica portata a celebrità dalla scuola svedese. Ma i pellerossa erano famosi per la forza del pensiero tramite il quale usavano la telepatia e superavano le immense distanze.
A Stoccolma Thorpe non ebbe problemi con le gare miltiple: non trovò avversari alla sua altezza. Finì al quarto posto nel salto in lungo e al settimo nell’alto. Era nato il mito dell’atleta più forte del suo tempo ma l’invidia dei razzisti bianchi trovò modo di annullargli fama e medaglie. Uscì nel 1913 la notizia che Thorpe era stato pagato per gocare a baseball e a football. Anche se di gran lunga dopo i termini stabiliti, il ricorso della lega atletica degli Usa fu accolta dal Comitato olimpico e Thorpe fu privato delle medaglie d’oro.
Thorpe proseguì la sua vita di sport giocando a baseball e, ancor meglio, a football dove vinse tre titoli Usa tra i 1915 e il 1920. Dalla prima moglie ebbe quattro figli, poi si mise a bere e divorziò. Si risposò e allungò di altri quattro la lista degli eredi. Non durò a lungo nemmeno con la seconda moglie. Dilapidò i denari guadagnati, visse in miseria con la terza moglie e morì di infarto nel 1953 in una roulotte.
I figli, ma anche molte associzioni dei diritti sociali e comunità di pellerossa, chiesero la restituzione delle medaglie alla memoria del grande atleta. Il Cio non rispose mai anche perché alla presidenza dell’ente mondiale era stato eletto Avery Brundage, l’antagonista sconfitto da Thorpe nel pentathlon. Razzista convinto, ammiratore del regime nazista, Brundage usò la sua carica per coprire o sopire crimini e ingiustizie. Fece sostituire nel 1936 due atleti Usa di religione ebraica che non ‘dovevano’ vincere a Berlino, gestì la strage di Monaco 1972, i boicottaggi nel 1976. Costretto a dimettersi, Brundage lasciò campo alla riabilitazione di Jim Thorpe che fu dichiarato co-vincitore del pentathlon e del decathlon del 1912. Sentiero Lucente poteva cavalcare finalmente soddisfatto nelle praterie celesti. Era il 1983.
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