Spigaglia dice stop: ora farò solo il tifoso

TRIESTE. Oltre 30 anni di basket possono bastare, gli unici suoi parquet da ora saranno quelli del lavoro e della famiglia. Massimiliano Spigaglia dice stop e formula l'addio alla pallacanestro, suo viatico dall'età di 7 anni, da quando preferì al palla a spicchi alle vasche della piscina.
Il Breg, per tre stagioni in serie C Silver (la ex C2) è stato il suo ultimo scalo, l'ennesima tappa di un viaggio iniziato nel Poggi Basket, maturato con la Pallacanestro Trieste e articolato poi da professionista a zonzo per l'Italia, tra Bracciano, Ferrara, Firenze, Bologna sponda Virtus, Omegna, Atri, Latina, Palestrina e Corno; prima del ritorno a casa, periodo coinciso con i campionati allo Jadran e appunto a San Dorligo.
Album di ricordi ricco il suo, costellato magari da qualche delusione, vedi la retrocessione patita ad Atri o il recente flop del Breg ai play-off di Silver, ma soprattutto da cartoline indelebili legate al suo svezzamento da professionista.
Vedi l'annata 1998/1999 della Pallacanestro Trieste, la stagione del successo in A2 e dei festeggiamenti tinteggiati da colore e molta appartenenza, temi che spinsero Spigaglia a sfoggiare una maglietta dallo slogan semplice quanto incisivo: "Fiero di essere triestino": «Ne avevamo progettate due all'epoca - ricorda Spigaglia - l'altra recitava " Con i cokai non perdi mai", erano idee di Bussanie e di un amico di Laezza, la portai veramente con orgoglio particolare, resta un ricordo unico della mia carriera. Seguo sempre la vicende della Pallacanestro Trieste, credo faccia miracoli rapportando risultati e risorse a disposizione. Ma il problema è la ristrettezza attuale del bacino di utenza dei vivai, forse una volta avvertivamo più "fame" anche nello sport».
Fondamentale anche la parentesi all'estero vissuta dall'ala/centro di 2 metri. Ogni giocatore di basket sogna l'America e Spigaglia la respira da vicino. E' il 1997 e un assist di Matteo Boniciolli, assieme ad una una borsa di studio, portano Spigaglia, assieme a Davide Zambon, in una scuola a pochi km da Boston, un centro propedeutico per l'accesso ai college: «Un impatto difficile, esperienza tuttavia poi bella e intensa, dove ho potuto apprendere, oltre alla lingua, il giusto senso della competizione e l'enorme tasso di sviluppo atletico dello sport americano».
Spigaglia decide di non "fa l'americano", abiura il college e torna in Italia, viaggiando tra B1 e B2 e vestendo anche la maglia azzurra Under 20. A quasi 38 anni, con un lavoro in campo assicurativo e due bambine, l'alfiere dell'orgoglio triestino medita ora altri ritmi e nuove prospettive: «È il momento giusto, il lavoro non mi permette di allenarmi come dovrei, credo sia giusto smettere. Il basket? Nessuna panchina in vista - assicura - ma sarò " costretto" in qualche modo a seguirlo, considerando che le mie due figlie lo praticano con l'Intermuggia. Prevedo un mio tifo molto acceso....».
Francesco Cardella
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