Agnelli, il flop Super Lega e la resa dei conti

Il presidente bianconero: «Il progetto non può andare avanti: adesso mi dedicherò al cento per cento alla Juventus»
Antonio Barillà

TORINO

Le prime crepe allungate dai club inglesi, poi, tra pentimenti e pressioni, la diaspora. Alla fine, Andrea Agnelli è rimasto solo. Come Florentino Perez, però più esposto e fragile: senza più cariche politiche, bollato come bugiardo da Aleksander Ceferin e tacciato di tradimento in Lega, simbolo del flop della Super Lega, volto d’una figuraccia planetaria e di una rivoluzione diventata disfatta. L’uomo forte del calcio europeo, presidente dell’Eca e membro dell’Esecutivo Uefa, si scopre reietto, il dirigente avanguardista diventa visionario. Crede ancora nel progetto, però, srotolandolo, ha fallito: non aveva immaginato le reazioni forti dei governi né le proteste veementi dei tifosi, soprattutto non aveva messo in conto la debolezza dell’alleanza. Martedì sera, benché il muro già scricchiolasse, aveva escluso il crollo con protervia, parlato d’un patto di sangue tra società fondatrici, garantito continuità e successo. In una notte di concitate riunioni virtuali ha compreso d’essersi sbagliato, dopo poche ore di sonno agitato, è stato costretto a firmare la resa: «Rimango convinto della bellezza del progetto, avremmo creato la competizione più bella al mondo, ma per essere franchi e onesti non può andare avanti».

Agnelli parla alla Reuters, dal suo ufficio con vista sullo Stadium. Al lavoro s’è presentato presto, nascondendo stanchezza e delusione, ha rispettato l’agenda sforzandosi di controllare il tumulto dentro e articolato il suo pensiero nella nota ufficiale del club: «Juventus, pur rimanendo convinta della fondatezza dei presupposti sportivi, commerciali e legali del progetto, ritiene che esso presenti allo stato attuale ridotte possibilità di essere portato a compimento nella forma in cui è stato inizialmente concepito. Juventus rimane impegnata nella ricerca di costruzione di valore a lungo termine per la Società e per l’intero movimento calcistico».

Lui potrà farlo ormai da fuori, non ha più cariche e ha troppi nemici. Dicono che Ceferin a Torino non abbia voluto nemmeno inviare ambasciatori perché con lui non intendeva trattare. Il presidente è solo, con le sue riflessioni amare, con le ultime denunce sull’inaffidabilità del sistema calcio e sulle minacce ricevute dai club aderenti alla Super Lega. È sconfitto, sfiduciato, mollato dagli alleati, intrappolato tra le macerie di una rivoluzione a pezzi, naufragata troppo velocemente per non essere sgangherata: lavora finché non raggiunge lo stadio per seguire la partita con il Parma – non ci sono nuovi striscioni offensivi, solo l’enorme Tapiro portato in dono da Striscia la notizia-, incassa in silenzio le ironie social, gli strali avversari, le repliche alle sue spiegazioni del fallimento, compresa quella del governo inglese che aveva tirato in ballo per il ripensamento dei club di Premier. «Visto quello che è successo – sospira – avrò tempo per dedicarmi al 100% alla Juventus e lo farò con la passione di sempre»: una promessa che allontana le voci di dimissioni, vaganti da due giorni e più forti delle smentite, ma non basta a spegnere quelle su un avvicendamento seppur non immediato, riflesso dell’immagine ammaccata, del vuoto e delle tensioni attorno: circola il nome di suo cugino Alessandro Nasi, un passato a Wall Street, presidente dell’industria robotica Comau appartenente al gruppo Stellantis, ma per ora è solo uno scenario. –





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