Archiviata la delusione, ripartiamo. E, magari, a porte aperte

Game over! Il charter dell’alabarda spegne i motori e torna nell’hangar. Per quest’anno non si vola più. Restano gli applausi virtuali per un anomalo (e speriamo irripetibile) finale di stagione giocato nel deserto di stadi vuoti e i tanti rimpianti che questi play-off da zingari consegneranno al libro dei ricordi. L’Unione si ferma alle recriminazioni sui legni della porta lucana fatti tremare più volte e sul solito (netto?) rigore non dato. Che sembra portarci indietro di un anno, quando sarebbe bastato un (plausibile) fischio del direttore di gara per trasformare la speranza di ventimila maglie rosse sugli spalti del Rocco nel tripudio di una città intera. Contro il Pisa nessuno indicò il dischetto degli 11 metri sul finire di quella dannata partita e non è accaduto nemmeno giovedì sera sul sintetico potentino. La beffa finale del 40enne ex non sposta la sostanza del “tutti a casa”; leva solamente l’effimera soddisfazione di poter dire di aver lasciato la scena da imbattuti.

Ma forse è destino che la storia alabardata si intrecci con quegli 11 metri che dividono i sogni dalla realtà. Dai penalty falliti al Grezar con la Triestina di Giacomini vicinissima al salto in A, a quelli regalati dall’arbitro al San Paolo per far risorgere il Napoli a dispetto di un’altra bellissima Triestina per mesi regina della B, fino a quello prima citato del giugno 2019 contro il Pisa, per finire a quello dell’altro ieri. Dimenticheremo anche questa, ci rimboccheremo le mani. E ripartiremo. Sperando che nell’emisfero australe non venga meno la voglia di tornare a far grande quest’arzilla ultra centenaria.

L’ultima promozione tra i cadetti sarà dunque decisa da questa spietata roulette russa (come la Palla l’ha ribattezzata settimane fa…) che giustamente rifugge da ogni previsione, da ogni logico pronostico. I rimpianti si fermano qui, anche perché probabilmente pure senza l’emergenza virus, acchiappare la B sarebbe stato complicato quest’anno per la Gualtieri-band, dopo il balbettante avvio stagionale. Adesso si apre la fase della programmazione, tra disponibilità a continuare (del tecnico) e progetti futuri (di Milanese e parente australiano).

Guarderemo con interesse al panorama che si prospetta davanti, non appena tireremo le somme su quali e quante società si iscriveranno. E capiremo se ancora una volta il movimento calcio dei meno ricchi avrà perso o meno una grande occasione per ridisegnare una ripartenza più sicura rispetto a quella che ci attende. Per intanto, mentre il calcio dei presunti miliardari sta decidendo scudetto, partecipazione alle coppe e retrocessioni a suon di Var (ci fosse stata anche in terza serie, chissà?, forse saremmo qui a scrivere tutta un’altra storia…!), per i giocatori alabardati le vacanze iniziano oggi. Per i padroni del vapore, invece, il futuro va ridisegnato da subito. O quasi.

Abbiano ancora una lunga estate di “notti magiche” da trascorrere tra campionati e coppe davanti alla Tv, ma è indubbio che iniziamo ad accusare la fatica; in certi casi pure un accenno di nausea. Va applaudito il coraggio di chi ha imposto la ripresa a tutti i costi per salvare il salvabile, ma la convivenza obbligata con un virus che ancora gira tra noi, imporrà per l’autunno scelte coraggiose, radicali, condivise, il più possibili sicure. Non più rinviabili.

Se la crisi sanitaria diventata ben presto economica, ha imposto anche discutibili accelerazioni verso il ritorno ad una quasi normalità, non può restare al palo solo lo sport. Passeggio per città e vedo sbucare panche, sedie e tavolini per socializzazioni eno-gastronomiche di massa; stano ripartendo cinema e teatri, eventi all’aperto per l’estate della speranza. Il deserto, le giuste distanze, le mascherine, le vediamo solo durante le partite di calcio. Iniziamo quanto meno a ragionare seriamente per pensare di riaprire in autunno anche stadi e palazzetti: beninteso con protocolli, norme e regole le più sicure possibili. Perché un’altra stagione a porte chiuse, tutti gli sport, non solo il calcio di A, non la potrebbero semplicemente più sopportare. —



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