Formula 1, un’app e tanti tamponi Così il Circus corre in una bolla
l’intervista
La Formula 1 è il primo campionato mondiale a riprendere in piena pandemia. Fino a domani a Spielberg, in Austria, piloti, tecnici e tutto il personale vivono in una “bolla sanitaria”. «Abbiamo un protocollo che li difende dal contagio, ma è un piano deciso a tavolino. Dobbiamo passare all’operatività». Gerard Saillant guida la commissione medica della Fia. Una volta riparava articolazioni illustri, come il ginocchio del Ronaldo brasiliano, ora si occupa di F1. «Ma non ho abbandonato il calcio: sono nello staff medico del Psg, ci rivedremo in Champions».
Lo sport ha gli occhi puntati sul Gp e sulle regole anti-Covid. Preoccupato?
«Abbiamo messo in campo un’ottima squadra. Un positivo è possibile, ma se tutta una squadra fosse contagiata, significherebbe che il capo non ha responsabilizzato i suoi uomini».
Sono previste sanzioni?
«Sì. Ci sarà un delegato medico della Fia Covid-19 a vigilare. A lui andrà riportata ogni anomalia. Il delegato riporterà agli steward, che hanno il potere, se mi consente l’espressione, di accompagnare alla porta chi mette a rischio la salute propria e di tutta la F1».
Partiamo dall’inizio: dove cominciano le precauzioni?
«Da quattro giorni prima: tampone obbligatorio e limitazione del personale di ogni squadra a 80 persone. Niente pubblico né ospiti».
Poi: l’arrivo in circuito.
«Misurazione della temperatura e tampone ripetuto ogni 5 giorni. All’interno del circuito, oltre a igiene delle mani, distanziamento e mascherine se si deve stare a meno di due metri, ci sarà una app che rileva chi sta a meno di due metri da un altro per oltre 15 minuti: se uno dei due risultasse contagiato, anche l’altro verrebbe mandato via. Poi c’è la divisione in gruppi: la Ferrari, per esempio, in quanto squadra è un gruppo familiare e all’ interno ha sottogruppi di 5 persone. Se nel sottogruppo uno è positivo, anche gli altri vengono esclusi, sostituiti da altri 5».
Qual è la soglia oltre la quale scatta la cancellazione dell’evento?
«La suddivisione in gruppetti di cinque permette di continuare la competizione».
Come fate ad armonizzare il protocollo con le diverse norme statali?
«Questo piano deve valutare come evolve la situazione ed essere flessibile. Il Portogallo, per esempio, era un Paese sicuro, ma ora a Lisbona c’è un’epidemia. Così è possibile che domani in Austria, in Germania, in Inghilterra o in Italia si verifichino nuovi picchi. Adesso abbiamo un responsabile della salute austriaco a cui dobbiamo riferire tutte le anomalie che dovessero insorgere».
Fuori dall’Europa come vanno i lavori?
«Procediamo settimana per settimana. Ora siamo concentrati su Austria, Ungheria e Inghilterra. Il seguito lo vedremo dopo. Gare fuori dall’Europa? Non dipende da me, ma dalla situazione sanitaria e dai blocchi alle frontiere».
Qual è la dead line per poter ufficializzare un nuovo Gp?
«Bisogna chiedere a Chase Carey (patron della F1, ndr) e Jean Todt (presidente Fia, ndr). La F1 è una grande nave: non puoi fermarla in due secondi né metterla in moto subito. Serve un mese e mezzo».
I primi Gp sono a porte chiuse. Crede che qualche cancello si potrà riaprire, magari a Monza che è a settembre?
«Deve chiederlo al suo governo. Negli stadi francesi, a partire dal 20 luglio saranno accolte 5000 persone distanziate».
Che cosa ha imparato da questa esperienza su una pandemia?
«Una delle capacità umane è l’adattamento. Abbiamo imparato a gestire un Gp, almeno spero, lo vedremo questo fine settimana. La vita continua».
Un alto dirigente della Red Bull voleva far contagiare i suoi piloti per immunizzarli.
«Il capo del governo inglese aveva la stessa idea, poi ha cambiato strategia. È vero che il contagio di giovani sani non presenta grossi rischi, ma non è il caso di fare gli apprendisti stregoni».
Qual è la sfida futura dell’Istituto per il cervello e il midollo spinale che presiede?
«Il grande problema del 21º secolo sarà il cervello. La popolazione invecchia, una bimba su due sarà centenaria, mentre noi maschi siamo più fragili. Il fine non è tanto quello di allungare a dismisura la vita, ma di migliorarne la qualità». —
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