Mitri: "Porto la fantasia a teatro"

TRIESTE La coerenza, quella, di sicuro non gli manca. Fuori dagli schemi, ieri, sui campi di calcio. Fuori dagli schemi, oggi, sul palcoscenico. Se ne renderanno conto venerdì alle 20.30 al Teatro Verdi di Muggia anche gli spettatori di “Quaderni di famiglia”. Cast ristretto: Gila Manetti, Alfredo Cavazzoni e Andrea Mitri. Sì, proprio quell’Andrea Mitri lì. Quello di quando i triestini erano Unione. Quando in alabardato c’erano anche i ragazzi della porta accanto. Quando dicevi “Stuzzi” o “Nero” e non c’era bisogno dei cognomi.
Cinquantotto anni, di cui metà vissuti a Firenze, manca sulle scene triestine dal 2008. Ci torna con uno spettacolo che è improvvisazione unita a grande tecnica. Come quando giocava, appunto.
«Io fuori dagli schemi? Mi ci riconosco. Il mio teatro è questo: improvvisiamo ogni sera, consegniamo un quaderno agli spettatori invitandoli a scriverci sopra ricordi famigliari. Io e i mei compagni di scena ritiriamo i quaderni, scegliamo alcuni spunti e ci costruiamo sopra uno spettacolo. Ogni sera diverso, ogni sera divertendoci e coinvolgendo il pubblico facendolo diventare il vero protagonista».
Per improvvisare serve talento.
«Esperienza, affiatamento, complicità con gli spettatori. In Toscana funziona. Non vedo perché non dovrebbe piacere anche a Muggia».
In passato portò al Rossetti un monologo sul calcio, “Fuorigioco di ritorno”. Ma il calcio che spazio ha ora nella sua vita?
«Quello di un qualsiasi spettatore. Conservo amici nell’ambiente. Allenavo a livello giovanile ma non lo faccio più. Mi è passata la voglia».
Perché?
«Lo facevo con passione ma quella voglia volevo ritrovarla anche negli altri. Non per fare il discorso di quelli che dicono “ai miei tempi”, però...»
Però?
«Nei ragazzi vedo poca voglia di allenarsi. Andavo al campo e mi arrivava un messaggio: “Mister, oggi non vengo, ho mal di pancia...” Poi ci si mettevano i genitori. Eh no, basta!»
Altra stoffa il Giarizzole di Gianni Notaristefano campione provinciale allievi 1974-75. Sedici vittorie consecutive, 54 gol fatti e zero subiti. Tra le “stelline” della squadra, Andrea Mitri.
«Che ricordi...Parovel e Altin finirono il campionato imbattuti e persino la Gazzetta dello Sport dedicò un articolo al nostro record».
Sulla sua pagina Facebook ha postato la foto di una recente visita al campo del Giarizzole. Che tristezza.
«Erbacce, incuria, nulla che mi ricordasse il campetto che avevo amato da ragazzino. Un dolore vederlo in quelle condizioni».
Tiriamoci su il morale parlando della Triestina attuale, che è meglio....
«La seguo, mi tengo aggiornato. Conosco Milanese, mi piace l’idea di un triestino che è stato calciatore professionista e mette la sua esperienza al servizio dell’Unione».
Si può pensare di rivedere un giorno una Triestina con parecchi giocatori triestini in campo o i tempi dei quattro moschettieri Mitri, Franca, Lenarduzzi, Schiraldi resteranno cimeli di archeologica calcistica?
«Ma mica c’eravamo solo noi. Tercovich, Toio Muiesan, cominciava Strukelj... Iniziavi a tirare calci nella squadra rionale e sognavi di arrivare all’alabarda».
Chissà quanti ricordi.
«Vincemmo il torneo anglo-italiano 1980. In occasione di una partita in Inghilterra, Fulvio Varglien, che era il nostro tecnico subentrato a Tagliavini, chiese al personale dell’albergo dove si trovasse il campo di allenamento. Gli indicarono il parco davanti all’hotel. Avremmo dovuto allenarci lì. Con i ricordi ci riempirei un libro. Il mio primo tecnico nel 1977-78 alla Triestina fu Vasco Tagliavini. Lui aveva un certo carattere, io... il mio. 20 anni ed ero pieno di interessi fuori dal calcio. Ci litigavo, come no. Però non fui l’artefice del suo allontanamento. Dividevo le opinioni della gente. Con Buffoni iniziò malissimo, c’era chi mi fischiava ma a fine stagione mi dettero il premio dei tifosi per il miglior giocatore.
Ebbe per allenatore anche Ottavio Bianchi.
Io e i miei compagni di squadra riuscimmo in un’impresa unica: farlo ridere. Aveva quell’aria un po’ così, non proprio da allegrone ma quando eravamo in pullman facevamo un tale casino che nemmeno lui poteva restare serio.
Mitri, ma a calcio, ora, non ci gioca proprio più? Neanche un torneo amatoriale, una partitella?
No, il calcio è passione, roba sanguigna. A 58 anni mica farò baruffa con uno di 25 che potrebbe essere mio figlio. Mi limito a una partita a calcetto quando vado a trovare mio fratello in Brasile. Al mercoledì chiude la sua pizzeria e con il personale e alcuni amici andiamo a tirare quattro calci.
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