Nba Europe, c’è la conferma dell’interesse di Matiasic
Un asse, quello tra la proprietà della Pallacanestro Trieste e la lega di Adam Silver, che punta dritto alla Capitale

Il futuro del basket europeo sembra ormai destinato a parlare la lingua del dollaro e dei grandi fondi d’investimento, in un rimescolamento di carte che vede la Nba pronta a sbarcare nel vecchio continente con un progetto che profuma di rivoluzione e, inevitabilmente, di business d’alto livello.
La scadenza del 31 marzo per le manifestazioni d’interesse ha ufficializzato quello che era nell'aria: la discesa in campo di giganti come Oaktree, il fondo proprietario dell’Inter che punta a una sinergia con l’Olimpia Milano, e la RedBird di Gerry Cardinale, già padrona del Milan e ora in pressing su Varese e Luis Scola.
In questo risiko di capitali americani e advisor di peso come JP Morgan, la notizia fondamentale per il futuro del basket a Trieste è la conferma dell’interesse di Paul Matiasic per il progetto NBA Europe, un asse, quello tra la proprietà della Pallacanestro Trieste e la lega di Adam Silver, che punta dritto alla Capitale.
La partita però si è spostata rapidamente dai salotti della finanza ai corridoi del PalaEur: sia il gruppo di Matiasic che la cordata rivale guidata da Donnie Nelson e Rimantas Kaukenas hanno presentato domanda d’affitto per lo storico impianto romano. È un duello rusticano per un’unica poltrona, perché nonostante i sogni di gloria su una lega a vetiquattro squadre, appare tecnicamente e logicamente improbabile che la prossima Serie A possa accogliere due diverse realtà romane nate dal nulla o, meglio, dal trasferimento di titoli sportivi altrui.
Ed è proprio qui che il discorso scivola su un piano inclinato, dove l’entusiasmo per l’innovazione si scontra con una deriva etica che lascia grande perplessità. Assistere a questo mercanteggiare di titoli, con Cremona, Varese e la stessa Trieste trattate come semplici gusci fiscali o scatole da traslocare a piacimento verso piazze più glamour come Roma deve far riflettere. È l’antitesi della cultura sportiva europea, fatta di appartenenza e radici, qui lo sport diventa un accessorio di secondo piano rispetto a logiche di business che calpestano la passione dei tifosi.
Su questo punto, la politica sportiva nazionale sembra voler tracciare un solco: il Ministro dello Sport Abodi, interrogato a riguardo, ha dichiarato a chiare lettere che per lui preservare la tradizione delle piazze che respirano basket è un punto d'onore. Un monito che pesa, e che ricorda come il valore di una società non sia quotato solo in borsa, ma nella storia che scrive all'interno dei palazzetti.
Per Trieste, in particolare, il quadro si fa paradossale: mentre si discute del futuro romano del suo proprietario, la città deve guardarsi allo specchio con onestà. Indipendentemente da quali saranno le mosse finali di Matiasic o da quale categoria vedrà protagonista il basket triestino nella prossima stagione, è arrivato il momento di una presa di coscienza collettiva. L’epoca dei salvatori esterni e degli aiuti che piovono dall'alto sembra essere arrivata al capolinea.
Trieste deve smettere di aspettare la manna dal cielo e cominciare a ragionare su come camminare con le proprie gambe, ricostruendo un progetto che sia figlio del territorio e non l'ostaggio dei desideri d'espansione di qualche fondo d’oltreoceano. La sfida non è più solo vincere sul parquet, ma dimostrare che Trieste esiste ancora come piazza autonoma, capace di fare da sé prima che il sipario cali definitivamente sull'identità del suo basket.
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