Pallacanestro Trieste in crisi: separati in casa
La squadra in campo dà segnali di divisione nei momenti clou. Ancora due partite in quattro giorni poi si faranno i conti

Diventa ogni giorno più complicato, quasi stancante, cercare di dare un senso logico alla stagione della Pallacanestro Trieste. Giovedì sera contro lo Szolnoki c’era l’occasione d’oro per chiudere i conti, bissare il successo di martedì in gara-uno e vidimare il pass per la qualificazione al Round of 16 di Champions League.
E invece, puntuale come un orologio svizzero, è arrivata l’ennesima fumata nera. Il dato che emerge è impietoso e fotografa una mediocrità disarmante: a cinque mesi dall’inizio della preparazione e dopo tre mesi sul parquet, eccezion fatta per il trittico Udine-Treviso-Igokea e il lampo Galatasaray-Milano, questa squadra non è mai riuscita a infilare due vittorie consecutive. È un elettrocardiogramma piatto che preoccupa non solo per i risultati, ma per la totale assenza di un’anima collettiva.
Separati in casa
In campo si continua a vedere pochissimo: una pochezza tecnica figlia di un assemblaggio che sembra non aver mai trovato una vera quadratura. Ma ciò che ferisce di più l'occhio del tifoso è l'impressione di un gruppo che si sopporta a fatica. Tensioni striscianti tra staff tecnico e giocatori, sguardi poco amichevoli tra i compagni: un'atmosfera pesante, priva di quel fuoco sacro necessario per superare i momenti di crisi.
In tutto questo marasma, il silenzio del general manager Michael Arcieri è quasi assordante. Resta incomprensibile come una proprietà che investe tempo e risorse con una passione fuori discussione possa accettare passivamente questo stallo. Dispiace per Matiasic: il suo impegno economico e affettivo meriterebbe ben altro ritorno, ma è proprio per tutelare quell'investimento che servirebbe un sussulto, una sveglia decisa a chi dovrebbe gestire l'area sportiva. In cinque mesi, di fatto, non si è mosso un dito. Si è scelto di ignorare un rapporto tra squadra e allenatore palesemente logoro, trascinando una situazione che, invece di stabilizzarsi, è peggiorata settimana dopo settimana. L'emblema di questa gestione è il post-infortunio di Sissoko: tutti fermi, immobili a guardare mentre la squadra perdeva pezzi e certezze.
L'ora della verità
I giri di parole e le analisi pazienti hanno ormai lasciato il posto a una stucchevole rassegnazione. Il calendario non aspetta: domenica arriva la sfida delicatissima contro Cantù e martedì si vola in Ungheria per lo spareggio da dentro o fuori in BCL. Tra questi due impegni, Trieste si gioca quel briciolo di credibilità rimasta. Continuare con questo immobilismo, sperando che il problema si risolva per inerzia, non è più una strategia: è un insulto al buon senso.
Quattro giorni per mettere ulteriore carne al fuoco poi, chiuso il girone d'andata del campionato e concluso il play-in di Champions League sarà il momento di tracciare un bilancio e cominciare a fare delle serie valutazioni.
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