Pallacanestro Trieste in crisi: separati in casa

La squadra in campo dà segnali di divisione nei momenti clou. Ancora due partite in quattro giorni poi si faranno i conti

Lorenzo Gatto
Il coach Israel Gonzalez durante un timeout foto Bruni
Il coach Israel Gonzalez durante un timeout foto Bruni

Diventa ogni giorno più complicato, quasi stancante, cercare di dare un senso logico alla stagione della Pallacanestro Trieste. Giovedì sera contro lo Szolnoki c’era l’occasione d’oro per chiudere i conti, bissare il successo di martedì in gara-uno e vidimare il pass per la qualificazione al Round of 16 di Champions League.

E invece, puntuale come un orologio svizzero, è arrivata l’ennesima fumata nera. Il dato che emerge è impietoso e fotografa una mediocrità disarmante: a cinque mesi dall’inizio della preparazione e dopo tre mesi sul parquet, eccezion fatta per il trittico Udine-Treviso-Igokea e il lampo Galatasaray-Milano, questa squadra non è mai riuscita a infilare due vittorie consecutive. È un elettrocardiogramma piatto che preoccupa non solo per i risultati, ma per la totale assenza di un’anima collettiva.

Separati in casa

In campo si continua a vedere pochissimo: una pochezza tecnica figlia di un assemblaggio che sembra non aver mai trovato una vera quadratura. Ma ciò che ferisce di più l'occhio del tifoso è l'impressione di un gruppo che si sopporta a fatica. Tensioni striscianti tra staff tecnico e giocatori, sguardi poco amichevoli tra i compagni: un'atmosfera pesante, priva di quel fuoco sacro necessario per superare i momenti di crisi.

In tutto questo marasma, il silenzio del general manager Michael Arcieri è quasi assordante. Resta incomprensibile come una proprietà che investe tempo e risorse con una passione fuori discussione possa accettare passivamente questo stallo. Dispiace per Matiasic: il suo impegno economico e affettivo meriterebbe ben altro ritorno, ma è proprio per tutelare quell'investimento che servirebbe un sussulto, una sveglia decisa a chi dovrebbe gestire l'area sportiva. In cinque mesi, di fatto, non si è mosso un dito. Si è scelto di ignorare un rapporto tra squadra e allenatore palesemente logoro, trascinando una situazione che, invece di stabilizzarsi, è peggiorata settimana dopo settimana. L'emblema di questa gestione è il post-infortunio di Sissoko: tutti fermi, immobili a guardare mentre la squadra perdeva pezzi e certezze.

L'ora della verità

I giri di parole e le analisi pazienti hanno ormai lasciato il posto a una stucchevole rassegnazione. Il calendario non aspetta: domenica arriva la sfida delicatissima contro Cantù e martedì si vola in Ungheria per lo spareggio da dentro o fuori in BCL. Tra questi due impegni, Trieste si gioca quel briciolo di credibilità rimasta. Continuare con questo immobilismo, sperando che il problema si risolva per inerzia, non è più una strategia: è un insulto al buon senso.

Quattro giorni per mettere ulteriore carne al fuoco poi, chiuso il girone d'andata del campionato e concluso il play-in di Champions League sarà il momento di tracciare un bilancio e cominciare a fare delle serie valutazioni.

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