Pallamano Trieste, il ritiro di Alex Pernic dopo 15 stagioni

Il ritiro del capitano dopo 15 stagioni: «Facevo nuoto, mi convinse Marco Lo Duca. L’annata più bella è l’ultima promozione. Il rammarico? Non aver vinto lo scudetto»

Lorenzo Gatto
Alex Pernic bandiera della Pallamano Trieste ha giocato sabato scorso l’ultima partita
Alex Pernic bandiera della Pallamano Trieste ha giocato sabato scorso l’ultima partita

Sabato scorso, contro Cingoli, è calato il sipario su un’epoca. Alex Pernic ha riposto la maglia della Pallamano Trieste nel borsone per l’ultima volta, chiudendo un cerchio iniziato ben venticinque anni fa. Aveva solo 9 anni quando calpestò per la prima volta il parquet di Chiarbola, oggi se ne va dopo quindici stagioni consecutive in prima squadra, un pilastro che non ha mai abbandonato la nave.

Cresciuto sotto l’ala di Giorgio Oveglia, Pernic ha vinto tutto quello che c’era da vincere a livello giovanile, diventando poi il volto della resilienza alabardata tra i grandi. Una vita dedicata a uno sport che a Trieste è cultura, sudore e appartenenza. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere diciannove anni di carriera in una raffica di ricordi e prospettive future. Il calcio e il basket dominano il panorama sportivo.

Perché proprio la pallamano? Cosa ti ha stregato?

«Il merito va a Marco Lo Duca. Avevo appena lasciato il nuoto e lui convinse mia madre a portarmi a provare. Senza quasi rendermene conto, mi sono ritrovato a Chiarbola: è stato amore a prima vista».

Qual è il tuo primo ricordo assoluto in quel palazzetto a 9 anni?

«L’immagine nitida di Giorgio Oveglia che mi viene incontro e dice a Silvio Giona: "Portilo in spogliatoio a cambiarse". È iniziato tutto lì».

Quale risultato sportivo porti nel cuore?

«Senza dubbio la promozione in Serie A Gold dello scorso anno perchè vissuta con la fascia da capitano al braccio. La società si era data tre anni di tempo per centrare l’obiettivo, esserci riusciti al primo tentativo è stato speciale. Un gradino sotto metto la finale di Coppa Italia di questa stagione: non abbiamo alzato il trofeo, ma tornare a giocare per vincere, per me, ha lo stesso valore di una vittoria».

Qual è stata la stagione che ricordi con più affetto?

«Quella con Udovicic e Sergio Crespo come terzini, quando centrammo l’accesso al girone unico di Serie A. Eravamo partiti senza grosse ambizioni, un po’ una armata Brancaleone e invece disputammo un campionato pazzesco ottenendo un risultato incredibile».

A quale gruppo sei rimasto più legato a livello umano?

«A quello del primo anno della gestione Semacchi. Se parliamo di legami affettivi profondi, i nomi sono quelli di Visintin, Di Nardo, Carpanese, Radojkovic, Postogna e Sandrin. Sono le persone che sento più vicine».

Il compagno con cui giocavi "a memoria"?

«In attacco è difficile dirlo, non ho avuto un feeling esclusivo con un singolo. In difesa, però, non ho dubbi: Visintin e Di Nardo. Due giganti che mi rendevano la vita facile; giocare al loro fianco è stato un privilegio».

Chi sono i giocatori più talentuosi con cui hai condiviso il campo?

«Credo che Pujol (prima dell'infortunio) ed Esparon quest'anno siano stati i profili con il talento più cristallino con cui abbia mai giocato».

E il compagno più simpatico e "casinista"?

«Di persone simpatiche ne ho incontrate tante, ma sul fronte "caos" vince Postogna a mani basse. Non esiste pullman, spogliatoio o camera d'hotel che non porti il segno del suo passaggio».

Trieste non vince lo scudetto da oltre vent'anni: cosa manca davvero?

«Manca la continuità di un gruppo che possa lavorare insieme per anni, un po’ come accade a Cassano Magnago. Dobbiamo puntare sul settore giovanile per formare giocatori che, in un progetto a lungo termine, diventino protagonisti. In quest'ottica, il ritorno in società di uomini come Carpanese e Jan Radojkovic è un passo fondamentale».

Vedi un giovane che possa ripercorrere la tua strada?

«Più che un giovane, dico Sandrin. Quando anche Postogna deciderà di smettere, per qualità tecniche e spessore umano, credo sia lui il vero capitano del futuro».

Si dice che ti vedremo presto dietro una scrivania da dirigente...

«È vero che spero di cimentarmi in qualcosa di nuovo. Dopo tanti anni in campo mi piacerebbe continuare a vivere questa favola sportiva in un'altra veste. Ne parleremo con la società».

Hai qualche rammarico? Un "vorrei ma non ho potuto"?

«Forse non essere riuscito a vincere un titolo e non aver potuto incrementare il palmarès della società più scudettata d’Italia».

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