Pancotto non passa di moda: «Vinco puntando sul cuore»

TRIESTE. L’allenatore del momento nella serie A di basket? Vanta “solamente” 927 panchine tra serie A e LegaDue. O A1 e A2, visto che quando ha cominciato c’erano naturalmente le vecchie etichette. Ma Cesare Pancotto ci scherza sopra. «La Lega di serie A in realtà mi riconosce solo le panchine di A1, poco più di 500. É come se mi avessero tolto 12 anni. Mi hanno ringiovanito, devo rifarmi la carta d’identità...»
Allena Avellino. Quando l’ha presa eravate ultimi, in molti vi davano già per spacciati. Adesso avete appena battuto i campioni d’Italia di Siena e prima avete messo sotto Cantù e Sassari. Un miracolo.
Ma no...Non ci sono segreti, solo il lavoro. Sudore e fatica. Quando poi i risultati cominciano ad arrivare, ricompare anche la serenità e tutto diventa più semplice. Ho chiesto ai giocatori di lasciar parlare il loro cuore.
Il cuore, il senso di appartenenza, l’attaccamento alla maglietta. Sono le motivazioni cui ha fatto spesso ricorso, anche a Trieste. Passano gli anni ma funzionano sempre...
Intendiamoci, il basket è cambiato. Una volta con squadre formate in larga parte da italiani era più facile trasmettere certi messaggi, ora devo vivere in un basket globalizzato. L’importante è essere chiari e coerenti. Ai cestisti devo dare motivazioni, non giustificazioni. Per me non sono numeri, non passa giorno che io non parli con ogni singolo giocatore. A qualcuno cerco di dare la scossa. Io continuo a pensare che la vita vada graffiata. Non bisogna aspettare l’onda ma aggredirla.
Ad Avellino in questi mesi si sono succeduti tre tecnici e un esercito di stranieri. Dalle porte girevoli del Grand Hotel è entrato anche un talento puro, Jaka Lakovic.
Senza togliere nulla agli altri, è stato un innesto estremamente importante, non solo dal punto di vista tecnico. Ha dato credibilità alla nostra voglia di salvezza, lotta come tutti gli altri.
E a un certo punto le traversie e le rinunce di Trieste hanno portato ad Avellino un certo Brandon Brown...
Ho parlato con Brandon prima di ingaggiarlo. Ho avvertito un grande entusiasmo da parte sua. Mi piace perchè è duttile, mentalmente duro, porta energia positiva e non vuole rubare spazi a nessuno.
Potenzialità che a Trieste si erano solo intravviste...
Ricordiamoci che in LegaDue ci sono solo due Usa e ci si aspetta che siano le stelle della squadra. Le attese sono enormi. Qui Brown sa che non rappresenta una prima punta, è “solo” una pedina preziosa in un team con altri stranieri.
Nell’ultimo turno avete sconfitto la Siena di Luca Banchi. Il vostro primo duello tra coach risale a un po’ di tempo fa. Finali dei play-off per salire in A1, la Trieste di Pancotto contro i livornesi di Banchi.
E l’anno dopo proprio Banchi prese il mio posto alla guida della Pallacanestro Trieste...Con Luca c’è grande rispetto, anche a Siena sta facendo un ottimo lavoro.
Anche se da lontano, ha seguito la stagione triestina. Che idea si è fatto?
Difficile dare un giudizio, bisognerebbe capire dove sarebbe arrivata la squadra con i due Usa. Complessivamente mi sembra che la valutazione sia positiva, l’Acegas ha ottenuto risultati importanti e ha messo in luce alcuni giovani interessanti, Ruzzier su tutti.
Ma in assenza di garanzie economiche, il futuro rimane incerto.
Però questo è un problema generale. Pensate a quante società si dibattono nell’indeterminatezza...Spero che Trieste sappia trovare le risorse, ha cultura e passione per il basket, è un punto di riferimento.
Un’ultima cosa. Ci aiuti a decifrare un mistero. Trieste tornò in A1 con la Lineltex della proprietà Garza, con Alibegovic e Williams eppure tutti ricordano con più affetto quella dell’edizione precedente, con Maric e Irving Thomas.
Dico la verità: a ripensare a quella squadra mi emoziono pure io...Sono le leggi del tempo che rivede le gerarchie e riscrive l’ordine dei ricordi, non esiste una logica. Un bel gruppo, due stranieri super anche come persone e una città appassionata. Ecco, in quel caso parlava il cuore.
@degrax
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