Proviamo a rifugiarci in una “bolla di ottimismo”
Per sopravvivere al virus e soprattutto “conviverci”, come molti ci consigliano, probabilmente è indispensabile rifugiarsi in quella bolla di ottimismo che ci regala il mondo dello sport e soprattutto chi ce lo racconta. Si moltiplicano i contagi nelle squadre di calcio e basket, piuttosto che negli sport individuali? Raddoppiano le partite sospese e da recuperare chissà quando? È sempre più difficile leggere una classifica che metta in fila formazioni che abbiano giocato lo stesso numero di partite in modo da renderla veritiera…? Non c’è problema: quotidiani sportivi e commentatori televisivi aggirano l’ostacolo e a volte trasformano il tutto in un risvolto tattico dello sport in questione: l’allenatore Tizio ha quattro positivi al Covid. Come rivoluzionerà la formazione? Giocherà ancora con il 4-3-3 o non potendo avere Caio a disposizione sulla fascia destra opterà per un più prudente 4-3-1-2?
L’allarme diventa momento di discussione e curiosità, si trasforma in titolo di giornale, ma resta nell’ambito del chiacchiericcio tattico-sportivo, non certo sanitario: perché il primo diverte, il secondo deprime. Ecco dove sta la “bolla dell’ottimismo”, dove rifugiarsi per sfuggire dalle preoccupazioni di una crisi che non possiamo per ora sconfiggere, al massimo rimandare.
Qualcuno però inizia ad alzare la voce, invitando quanto meno ad ipotizzare un qualche piano B. Lo ha fatto nel basket il numero uno dei nostri coach, Ettore Messina, che ha detto chiaro e tondo che da qui in avanti tra campionato e coppe europee tre, a volte quattro partite a settimana, sono ingestibili, anche da club milionari come il suo. «Mettiamo in sicurezza prima il nostro campionato, poi penseremo ad andare in giro per l’Europa» ha detto più o meno il coach di Milano, ammonendo tutti con un cartellino dello stesso colore della regione dove vive e allena. Qualcuno lo ha ascoltato, molti han risposto «non se ne parla nemmeno»!
La primavera scorsa, nel pieno dell’emergenza, la Palla di Cristallo dalla sua clausura suggeriva un ripensamento sull’allestimento delle squadre per il nostro campionato: meno stranieri, più spazio agli italiani, soprattutto ai giovani. Una scelta che sarebbe stata di buon senso, perchè giocherai senza incassi, avrai sponsor meno attratti da un movimento orfano di pubblico e di conseguenza avrai meno soldi a budget. Ma nel presunto show-business del nostro basket si è preferito andare avanti a testa bassa e qualcuno ora comincia a pagarne lo scotto: un nome per tutti, addirittura la squadra della capitale.
Il campionato del Covid non può che essere quello dei paradossi. Ed ecco allora, nel nostro piccolo, Trieste che si ritrova con una rosa di 15 (!) giocatori e due partite di fila rinviate. Senza avversari da affrontare, nemmeno per un’amichevole (frontiere chiuse con gli abituali sparring d’oltre confine), ma con l’imperativo di restare in piena forma per quando (e se) ricomincerà a giocare…
Anche lei si è rifugiata nella “bolla dell’ottimismo” e non va criticata. Se non altro perché sa di muoversi con spalle ben coperte. Al pari di quanto avviene coi vicini di casa del calcio, che iniziano a fare i conti con i primi contagiati (guida la fila il neo bomber!) e cercano di cavalcare comunque la crisi, forti di un sempre più generoso triestino d’Australia che il suo impegno economico pare averlo più che moltiplicato.
Basterà allora l’ottimismo dello sport per aiutarci a superare un momento che è colorato solo dalle diverse sfumature della nostra emergenza? Diciamo e facciamo il tifo per un sì convinto, usando appunto più l’ottimismo della ragione che il pessimismo dell’intelligenza. —
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