Diaco, impianti mai collaudati Diffida all’Agenzia del farmaco

Si attende da tre mesi l’ok di Roma indispensabile per riprendere l’attività. Il curatore fallimentare d’intesa con il Tribunale tenta di sbloccare la situazione: a rischio decine di posti di lavoro
Di Claudio Ernè
Lasorte Trieste 06/10/11 - Via Flavia, Diaco
Lasorte Trieste 06/10/11 - Via Flavia, Diaco

Hanno atteso per tre mesi che la situazione dei “Laboratori Biomedicali Diaco spa” si sbloccasse e che la produzione potesse riprendere dopo il fallimento dichiarato dal Tribunale il 4 ottobre 2011. Ma l’attesa che l’Agenzia del farmaco collaudasse gli impianti è stata vana. Tutte le sollecitazioni sono cadute finora nel vuoto.

Ora il curatore fallimentare, l’avvocato Enrico Bran, in accordo col Tribunale civile di Trieste, ha detto “basta” e ha inviato all’Agenzia italiana del farmaco - un organismo di diritto pubblico che opera sulla base degli indirizzi e della vigilanza del ministero della Salute - una diffida ad adempiere. Devono essere effettuati i collaudi perché senza questo via libera obbligatorio per legge la produzione non può riprendere e la Farmasol- Gfa di Parma alla quale i Laboratori Diaco sono stati affidati in comodato d’uso dal Tribunale di Trieste, entro qualche settimana potrebbe tranquillamente risolvere il contratto, lasciando definitivamente in strada qualche decina di operai e tecnici dello stabilimento di via Flavia.

Se anche la diffida inviata a Roma non dovesse sortire alcun effetto, non sono escluse altre iniziative giudiziarie e sindacali. Non solo i dipendenti si trovano da mesi e mesi sospesi nel vuoto, in attesa di un’autorizzazione a produrre che non arriva mai. Ma anche chi si è assunto l’onere di riavviare lo stabilimento non sa quali pesci pigliare. Non possono essere onorati i vecchi contratti di fornitura; tantomeno possono essere cercati nuovi clienti finché la situazione non si sbloccherà a livello burocratico-amministrativo.

Gli ispettori dell’Aifa, arrivati a Trieste pochi giorni dopo la decisione del Tribunale di dichiarare fallita la società di Pierpaolo Cerani, avevano segnalato i punti critici della catena di montaggio. «Questo apparecchio non è più conforme alla legge. Quest’altro neanche». Fin qui tutto chiaro. Il curatore del fallimento aveva preso nota delle manchevolezze riscontrate e aveva anche chiesto all’Aifa di indicare con precisione non solo ciò che non corrispondeva più alle norme, ma anche come andava sostituito per ottenere il via libera.

Le sue domande, accompagnate da una richiesta di colloquio con qualche responsabile romano dell’Agenzia del farmaco, non avevano trovato all’epoca risposta. Anche l’intervento di sollecitazione sul ministero della Sanità, effettuato dal parlamentare cittadino Ettore Rosato del Pd, non ha sortito effetto alcuno. Il muro di gomma, il silenzio fragoroso, difficile da interpretare e da capire ha coinvolto anche il sindaco Roberto Cosolini. In sintesi buio pesto.

Le necessarie verifiche agli impianti di via Flavia, anche se iniziassero far qualche giorno, sono destinati a protrarsi nel tempo. Pierpaolo Cerani nell'ultimo convulso periodo di attività dei Laboratori Biomedicali Diaco spa, non ha certo largheggiato nelle manutenzioni e nei controlli. Più volte i sindacalisti e gli operai avevano denunciato blocchi improvvisi della produzione, riparazioni effettuate su apparecchi obsoleti.

Dopo la firma del contratto di comodato d’uso gratuito sembrava dovessero essere riassunti 58 degli originari 100 operai, ma una successiva assemblea sindacale aveva messo in forse anche questo numero, riducendolo a un paio di decine a causa dell'impasse determinata dalle mancate verifiche dell'Aifa. In sintesi i Laboratori sono a rischio e il lavoro svolto a spron battuto dal curatore del fallimento Enrico Bran e dal presidente del Tribunale civile Giovanni Sansone per assicurare un futuro ai dipendenti e il prosieguo di un'attività industriale in campo farmaceutico a Trieste, è messo in forse da adempimenti burocratici che nessuno riesce ad avviare.

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