La crescita nei Balcani rallenta tra emigrazione e invecchiamento

Il quadro poco incoraggiante nel rapporto della Banca Mondiale: pesa la mancanza di lavoratori

Stefano Giantin
Lavoratori stranieri in un cantiere nel Nord della Serbia in un’immagine d’archivio
Lavoratori stranieri in un cantiere nel Nord della Serbia in un’immagine d’archivio

Non solo la crisi provocata dalla situazione in Medio Oriente, che già si fa sentire sulle finanze pubbliche, sul carovita e sul costo dell’energia. Ma anche problemi endemici – in testa, la sempre più marcata carenza di lavoratori – che si stanno trasformando in deficit strutturali. Impattando in maniera sempre più evidente sulla crescita economica di quello che un tempo fu un Eldorado per imprese straniere in cerca di manodopera abbondante e a basso costo. Stanno arrivando tempi duri nei vicini Balcani occidentali, che devono prepararsi a mesi e anni difficili.

La previsione arriva da fonte autorevole, la Banca Mondiale, che ha reso pubblico il suo ultimo rapporto economico dedicato proprio alla regione balcanica. Dopo anni di indicazioni positive, il quadro dipinto dalla Banca appare radicalmente cambiato. Banca che ha infatti dovuto rivedere al ribasso – dello 0,3% – la crescita economica prevista per quest’anno nella regione, rivista al +2,8% per il 2026, con una «modesta ripresa» – al +3, 2% – attesa forse per il 2027. Sono percentuali che, dall’osservatorio dell’Europa più ricca, appaiono sulla carta più che soddisfacenti. Ma in realtà non lo sono, per una regione che deve recuperare terreno rispetto all’Occidente. E che in passato, ad esempio, tra il 2014 e il 2024, cresceva a ritmi assai più rapidi di quelli attuali, con punte fino al 4,3% in Kosovo e intorno al 3,3% in Serbia, Albania e Montenegro.

Cosa aspettarsi, adesso? La revisione al ribasso della crescita nei Balcani, annunciata dalla Banca Mondiale, deriva in gran parte dagli «effetti a catena del conflitto in Medio Oriente, dall’inflazione persistente», velenoso frutto della guerra in Ucraina – aumentata del 3,7% nel 2025, trainata dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, ormai più cari che a Occidente. E dalle «incertezze» sul fronte dell’economia. Ma c’è di più: cominciano infatti a pesare con sempre maggior virulenza decenni di crisi demografica, tra culle vuote ed emigrazione massiccia. I Balcani sono fra le aree che «invecchiano più velocemente in Europa», si legge nello studio, che prevede che nel prossimo decennio un cittadino balcanico su cinque sarà over 65. Nel frattempo, cresce il numero di persone «in età da lavoro», di tutte le estrazioni, da ricercatori a lavoratori manuali, che cerca un «futuro migliore all’estero».

Non è finita. Chi rimane nella regione rientra spesso in una sorta di «capitale umano inutilizzato», composto in particolare da donne e giovani che non riescono ad accedere al mercato del lavoro. E sono tanti, con la Banca Mondiale che stima il numero in circa 2,8 milioni in tutti i Balcani. «Integrarli nel mondo del lavoro è uno dei passi più efficaci che la regione possa compiere per rafforzare la propria economia», il messaggio di Xiaoqing Yu, responsabile della Banca per i Balcani occidentali.

Ma forse è tardi, in particolare sul fronte dello spopolamento, da cui derivano quasi tutti i problemi. Lo suggeriscono dati Onu, sul tavolo a Skopje in una conferenza regionale dell’Unfpa dedicata al tema. Tra i 27 Paesi al mondo destinati a perdere più cittadini nei prossimi tre decenni, tantissimi sono proprio dei Balcani e dell’Europa centro-orientale: in testa c’è la Bosnia (-26% della popolazione), seguita da Moldova (-23%), Bulgaria e Albania (-22%), Serbia (-20%), Macedonia del Nord (-19%), Croazia (-18%), Romania (-17%), Montenegro (-12%) e Ungheria (-11%). Una drammatica desertificazione. —

 

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