Ottanta anni dopo Vergarolla, la strage che piegò gli italiani di Pola

Il 18 agosto 1946 l'esplosione delle mine sulla spiaggia provocò oltre cento vittime tra gli italiani radunati per una festa sportiva

Stefano Pilotto
Geppino Micheletti, il medico eroe di Vergarolla
Geppino Micheletti, il medico eroe di Vergarolla

Ottant’anni fa, il 18 agosto 1946, a Vergarolla, nella baia di Pola, in Istria, si levò uno dei profondi gridi della Storia: esso lacerò quanto rimaneva del tessuto civile e morale degli italiani di quelle terre. Proviamo a riprendere il contesto storico, a descrivere i fatti, a indicare le conseguenze di quella strage, certamente la più dolorosa del periodo successivo al 1945.

Nel pieno del secondo Dopoguerra

La Seconda guerra mondiale si concluse in Italia il 25 aprile 1945, in Germania l’8-9 maggio 1945, in Giappone il 2 settembre 1945. I Paesi alleati, i vincitori, prepararono i lavori che avrebbero introdotto la conferenza della pace, la quale si sarebbe svolta a Parigi, al Palazzo di Lussemburgo, dal 29 luglio al 15 ottobre 1946.

I Paesi alleati, inoltre avviarono sia il processo di Norimberga sia il processo di Tokyo, fra il 1945 e il 1948, per giudicare l’operato dei massimi dirigenti governativi tedeschi e giapponesi. Il nuovo contesto mondiale si sarebbe sviluppato sulla base e dei trattati di pace e dell’azione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, creata il 26 giugno 1945 a San Francisco.

La colonna di fumo che si alza dalla spiaggia di Vergarolla al momento della strage
La colonna di fumo che si alza dalla spiaggia di Vergarolla al momento della strage

Tensioni sul confine e la cortina di ferro

L’Italia uscì devastata dalla Seconda guerra mondiale. L’interruzione delle operazioni militari, il 25 Aprile 1945, non riguardò tutto il territorio nazionale. L’occupazione jugoslava dei territori orientali italiani e della città di Trieste, il 1° maggio 1945, introdusse 42 giorni di enormi sofferenze a Trieste, caratterizzate da deportazioni, eccidi nelle foibe, vendette che portarono alla morte di migliaia di italiani.

Con gli accordi del 9 giugno 1945 le truppe jugoslave si spostarono a Est della Linea Morgan e lasciarono Trieste, rimasta sotto il controllo delle truppe alleate anglo-statunitensi.

L’Istria, il Quarnero e la Dalmazia furono anch’esse poste sotto il controllo generale delle truppe jugoslave, con la saltuaria presenza di truppe alleate, attestate in particolare proprio a Pola. Da quel momento si rimase in attesa delle grandi decisioni che avrebbero sancito il destino politico dei territori orientali italiani.

Una mostra ricorda la strage di Vergarolla e il suo medico eroe
Il Civico museo della civiltà istriana fiumana e dalmata inaugura lunedì la mostra "La strage dimenticata. Vergarolla e il suo eroe, il dott. Geppino Micheletti (1946-2026)"

L’angoscia delle popolazioni italiane si mescolò a un filo di speranza: si sarebbe riusciti a evitare la perdita di tutti i territori orientali? I Paesi vincitori avrebbero tenuto conto della svolta italiana del 1943? Il contributo della resistenza italiana nel biennio 1943 – 1945 sarebbe stato considerato? Le valutazioni delle autorità anglo – statunitensi, che consideravano plausibile il mantenimento della sovranità italiana sugli “ancoraggi istriani”, sarebbero state accolte?

I governi provvisori in Italia, diretti prima da Bonomi poi da Parri e infine da De Gasperi, fra il 1944 e il 1946, si attivarono per cercare di ridurre le conseguenze degli effetti bellici e per proteggere gli interessi nazionali.

La cortina di ferro

Il 1946, tuttavia, indicò l’inizio della Guerra Fredda, dopo il chiaro discorso di Stalin, il 9 febbraio al teatro Bolshoi di Mosca, e tale separazione fra l’Europa socialista e quella liberaldemocratica venne confermato dal discorso di Churchill a Fulton, negli Usa, il 6 marzo 1946: una cortina di ferro era sorta nel cuore dell’Europa, da Stettino a Trieste.

Sarebbe mancata l’armonia fra i Paesi vincitori proprio in quell’anno 1946 in cui si sarebbe tenuta a Parigi la conferenza della pace. Con il referendum del 2 giugno 1946 il popolo italiano si espresse a favore della Repubblica. La fine della monarchia dei Savoia introdusse la svolta democratica e parlamentare, che avrebbe caratterizzato la svolta costituzionale italiana.

Ma tutti questi segnali di volontà di aprire un nuovo capitolo, in totale rottura con il passato, non ebbero i risultati sperati in sede di conferenza della pace. De Gasperi se ne rese conto immediatamente, non appena trapelarono i contenuti delle decisioni dei vincitori: enormi amputazioni per l’Italia e riparazioni da pagare.

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Il 10 agosto 1946 egli così si espresse davanti alle delegazioni (il Gruppo dei Ventuno) a Parigi: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è sopra tutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato, è l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione».

Tutto era stato deciso. L’Italia avrebbe perso Istria, Quarnero e Dalmazia. Per Trieste sarebbe stato accolto il Compromesso Bidault, che avrebbe previsto la creazione di un Territorio libero, dal fiume Timavo al fiume Quieto, diviso in due zone e amministrato da un responsabile nominato dall’Onu: quel responsabile non sarebbe mai stato nominato.

La tragedia del 18 agosto e l’eroismo del medico Micheletti

Forse ancora qualche speranza rimaneva per gli “ancoraggi istriani”, per Pola enclave italiana. Si sperava fino all’ultimo. In quel contesto intervenne la strage di Vergarolla.

Era una bella giornata di sole, il 18 agosto 1946. Faceva caldo. Sulla spiaggia la comunità italiana di Pola era radunata per una tradizionale manifestazione sportiva con giochi e competizioni nell’acqua.

Alle 14.15 un’enorme esplosione travolse la folla: le mine lasciate in un deposito vicino alla battigia si trasformarono in una tragica fonte di morte e distruzione. I corpi dilaniati diventarono macabro cibo per gli uccelli. Grida, disperazione.

I morti furono oltre cento, almeno cinque i dispersi, mai più ritrovati o identificati. Qualcuno delle centinaia di feriti poteva essere ancora salvato. Un uomo, il medico chirurgo Geppino Micheletti, non smise di suturare, amputare, visitare, curare i suoi concittadini all’ospedale, malgrado avesse appena appreso che i suoi due figli bambini erano stati straziati dalle esplosioni.

I dubbi sulle responsabilità e l’inizio del grande esodo

L'esodo istriano-dalmata
L'esodo istriano-dalmata

Vergarolla è ancor oggi una ferita incommensurabile nella memoria storica del popolo italiano. Perché quelle mine erano state lasciate sulla spiaggia? Chi le aveva appoggiate lì? Risultò che fossero state disinnescate: chi le aveva di nuovo rese attive e fatte scoppiare? Molti anni più tardi, il 21 luglio 1991, Milovan Gilas, nel dopoguerra braccio destro di Tito, parlando della situazione dell’Istria d’allora, dichiarò in una controversa eppur citatissima intervista al quindicinale fiumano Panorama: «Bisognava indurre gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto».

A Vergarolla la deflagrazione sull’arenile produsse dolore immenso, terrore, angoscia. Gli italiani, la quasi totalità della popolazione di Pola, nei mesi successivi partirono, abbandonarono quella che era stata la loro terra da generazioni e generazioni.

L’ultimo piroscafo, il “Toscana”, zeppo di esuli disperati salpò dalle banchine polesane il 10 febbraio 1947, nel giorno della firma del Trattato di pace che consegnava anche la città dell’arena alla Jugoslavia.

La strage di Vergarolla fu all’origine del grande esodo istriano, fiumano e dalmata. L’Italia tutta ha il dovere di ricordarlo.

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