L'inchiesta / 2. La "farsa" del portoQuando il presidente si commissariò

Nel 1992 con l'insediamento di Giulio Camber nel palazzo della Marina mercantile in qualità di sottosegretario si scatenò una guerra per il raggiungimento di una rendita di posizione nelle mani di pochi. Fiat Engineering voleva ottenere il terminal container del Molo Settimo senza una gara ma l’allora dg Rovelli si oppose
TRIESTE.
Il 1992 dunque. Un anno che fa storia a sè. Cruciale e indimenticabile in negativo, per il porto di Trieste. Dopo lo sbarco di Giulio Camber - grande rastrellatore di voti all’epoca per conto di Bettino Craxi - nel palazzo della Marina mercantile come sottosegretario e l’incontro di questi con Marina, figlia dell’ammiraglio Monassi e futura “signora” del porto medesimo, i colpi di scena si susseguono a ritmo da commedia dell’arte.


E mentre Amburgo, Rotterdam, Marsiglia e persino Capodistria si proiettano sui nuovi mercati spalancati dal crollo del comunismo in Est Europa, qui si scatena la guerra per il raggiungimento di una rendita di posizione nelle mani di pochi. E la conseguente blindatura del potere nella città di San Giusto. Il putiferio comincia con la Fiat Engineering che chiede in concessione il terminal container del Molo VII, una delle più grandi banchine del Mediterraneo. Torino pretende la concessione diretta a canoni quasi zero, con l’estromissione del personale triestino sulle banchine.


Una richiesta gestionalmente inaccettabile, più simile a un’occupazione territoriale che a un’intrapresa. Il direttore generale del porto, Gigi Rovelli, replica che l’affidamento diretto è improponibile e bisogna andare a un bando aperto a tutti. E subito si fanno vivi altri che vorrebbero servirsi del super-molo come piattaforma logistica, in particolare una cordata di triestini (Lloyd, Parisi e Pacorini) e di livornesi, uniti sotto la sigla “Contship” e pronti a offrire condizioni più favorevoli.


Da questo momento è importante guardare bene la moviola. La storia non riguarda solo gli addetti ai lavori. Ciò che accade nelle settimane che seguono aiuta a capire il destino della città che fu cruciale per un impero e poi “cara al cuore” degli italiani, e ora si avvia a diventar marginale persino nella regione di cui è capoluogo. Succede dunque che il consiglio di amministrazione dà ragione a Rovelli e chiede al presidente – l’anatomo-patologo andreottiano Fusaroli, digiuno di competenze portuali – di esaminare bene la cosa con una commissione di esperti. Il segnale è chiaro: che la Fiat che aspetti. Ma Fusaroli nel frattempo ha consolidato il suo asse con Camber in ragione del patto di ferro Craxi-Andreotti che impera sul Paese e non può sottrarsi ai voleri della famiglia Agnelli. Così accade l’inverosimile.


Al nuovo consiglio di amministrazione il dottor Fusaroli non si presenta. Di più: per alcuni giorni scompare dagli schermi radar. Ma riemerge a fine mese, sventolando il decreto di commissariamento dell’Ente, un pezzo di carta ministeriale nel quale il commissario è sempre Paolo Fusaroli. Un presidente che commissaria se stesso! Sarebbe persino comico, se non fosse un paradigma della brutalità del potere verso Trieste. Col nuovo potere assoluto, Fusaroli toglie le deleghe allo scomodo direttore generale e dà mandato alle strutture interne di trovare illeciti a carico del medesimo. È una manovra a tenaglia.


La Lista per Trieste, in nome della moralità, dà vita a una campagna denigratoria contro Rovelli accusato – poi si vedrà ingiustamente - di aver stornato fatture e usato carte di credito aziendali per sue spese personali. I suoi uomini di punta, Gianfranco Gambassini e il solito Camber, si fanno fotografare in porto con le scope, e annunciano di voler fare pulizia dal malaffare... cattocomunista. Ora non si tratta più di spianare la strada alla Fiat. La partita è più grossa. Si vuol mettere le mani sulla direzione generale. Mandar via Rovelli e mettere al suo posto qualcun altro.


Chissà, forse Marina Monassi è in corsa già allora. Rovelli tenta di resistere e il 5 novembre annuncia al giornalista Massimo Greco, ora assessore camberiano alla cultura del Comune di Trieste, di aver indetto una conferenza stampa per l’indomani mattina, per dire che le regole della concorrenza e della buona amministrazione stanno per essere violate. Alle 8.30 del giorno seguente il presidente-commissario di se stesso annuncia a Rovelli il licenziamento in tronco, senza citare alcuna delibera in merito. Non basta: istituisce una commissione d’inchiesta e invia incartamenti sul caso al procuratore Marcello Perna, che nei mesi a venire avrà un ruolo cruciale nella storia. La commedia continua e tutto è spudoratamente trasparente.


Quando a dicembre il Tar, accogliendo il ricorso di Assindustria e della Cgil, giudica illegittima la nomina di Fusaroli a commissario, questi ottiene nel giro di poche ore una lettera di reincarico dal ministro Tesini, il capo di Giulio Camber. Sembra la storia di una provincia centroafricana, e invece è Trieste, ridotta a colonia. Un mese dopo il Tar, di fronte a una nuova impugnazione, ribadirà la sentenza di illegittimità e spedirà i faldoni alla procura di Roma. La quale, esaminate le carte triestine, rinvierà a giudizio il ministro Tesini nientemeno che per abuso di potere. Abuso ai danni di Trieste.


A questo punto Fusaroli, sapendo di avere le settimane contate, accelera il suo lavoro di smantellamento per conto terzi sulle strutture del porto. Per cominciare si avvia, con gran clamore mediatico, la raccolta di documenti sulle inesistenti malefatte di Rovelli, che sarà assolto anni dopo con formula piena da tutte le accuse. Si sequestrano davanti ai fotografi interi armadi di carte, ma poi in alcuni casi, non si sa come, questi verranno trafugati, nottetempo, forse perché testimoni scomodi dell’innocenza del direttore generale. Ma il botto arriva nel febbraio ’93, quando Fusaroli denuncia una presunta combutta – dimostrata falsa pure questa - fra Rovelli e la Compagnia portuale, mirata a intascare soldi pubblici. In realtà è un accordo alla luce del sole per l’uso di personale triestino sul Molo VII.


Il solito giudice Perna, mobilitato sull’affaire, dispone addirittura gli arresti domiciliari per il console della Compagnia Vincenzo Marinelli e per il dirigente del Lavoro portuale Aldo Cuomo. Finisce come deve finire. Fusaroli è obbligato ad andarsene e cedere il suo posto a un commissario vero. Poco dopo tutti gli indagati sul presunto malaffare del Molo VII sono assolti in pretura per avere agito legalmente e a tutto vantaggio patrimoniale del porto. E non basta. Cinque anni dopo il procuratore Perna sarà costretto alle dimissioni dal Consiglio superiore della magistratura per una serie di gravi irregolarità riscontrate in un groviglio di filoni d’indagine, tra cui per l’appunto il caso Rovelli. L’assalto alla diligenza sembra finito, ma è solo una pausa nel drammone.



(2. continua)


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