Ucraina morta, l’avvocato accusa: «Per la legge è sequestro di persona»

«Il giudice Laura Barresi aveva fatto scarcerare Alina Bonar dopo il patteggiamento e aveva dato il nulla osta all’espulsione della cittadina ucraina. L’espulsione vera e propria avrebbe dovuto essere disposta dal prefetto. Questo non è avvenuto e dunque la giovane che lunedì mattina si è uccisa impiccandosi a una finestra, è stata trattenuta per due giorni illegalmente all’interno del Commissariato di Polizia di Opicina. Per la legge questo è un sequestro di persona. Alina Bonar non doveva essere lì».
Lo ha detto ieri l’avvocato Sergio Mameli a cui la famiglia di Alina Bonar ha affidato l’incarico di seguire l’evolversi dell’inchiesta aperta immediatamente dopo il suicidio dal pm Massimo De Bortoli. Ieri mattina l’avvocato Mameli ha presenziato all’interno dell’obitorio di via Costalunga all’esame autoptico effettuato dal medico legale Fulvio Costantinides su incarico della Procura della Repubblica.
L’esame esterno del corpo non ha evidenziato il minimo segno di violenza, di percosse o di cadute accidentali. Per chiarire il quadro probatorio dovranno essere eseguiti anche alcuni esami chimici e tossicologici, i cui risultati non saranno disponibili prima di un mese. Molti dettagli nel frattempo dovranno essere esaminati dagli inquirenti per fare chiarezza sulle eventuali responsabilità penali.
C’è ad esempio da chiedersi come mai sabato mattina quando la donna è stata scarcerata dal Coroneo dopo 10 mesi di detenzione per ordine di un giudice, ad attenderla all’esterno del Coroneo c’era puntualmente una vettura della polizia in cui Alina Bonar è stata fatta salire. «Era libera dopo il patteggiamento» ha prescisato il procuratore capo Michele Dalla Costa. Eppure è stata caricata sul sedile posteriore di una “Volante” come accade a chi viene fermato. Poi l’auto si è diretta a Opicina trasportandola come fosse una “detenuta”.
Va chiarito anche perché le procedure di espulsione non sono state tempestivamente avviate, come peraltro ha sottolineato davanti al pm Massimo De Bortoli il coordinatore dei giudici di pace Francesco Pandolfelli.
Nessun atto è stato inviato al suo ufficio dall’Ufficio immigrazione della Questura.
«Bastava avvisarci. Avremmo potuto esaminare il caso già sabato mattina» ha affermato il magistrato. Invece il silenzio totale dell’ufficio immigrazione si è protratto per tutto il fine settimana, mentre la giovane ucraina che aveva già manifestato in carcere segni di sofferenza psichica e aveva tentato il suicidio, era rinchiusa all’interno del Commissariato di Opicina. Era in una stanza scrutata costantemente dall’obiettivo di una telecamera a circuito chiuso. Ma l’agente di guardia non ha visto nulla.
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