La Procura: «Sulla Ferriera la priorità è la salute dei cittadini»

Documenti densi di numeri, quelli frutto delle rilevazioni ufficiali, dei prelievi effettuati e delle valutazioni effettuate dagli organismi competenti. Approfondimenti sono in corso, e per ora sviluppi a stretto giro non se ne intravedono. Era circolata nei giorni scorsi una voce, secondo la quale la Procura della Repubblica di Trieste sarebbe arrivata a un passo dal chiedere al giudice la chiusura della Ferriera di Servola causa picchi di inquinamento. Nessuna richiesta di sequestro dell’impianto industriale pare invece essere pronta nei cassetti degli uffici del Tribunale. Il procuratore capo di Trieste, Michele Dalla Costa, infatti, fa capire come quella voce non abbia in effetti alcun riscontro. Ma nel contempo ricorda: «Abbiamo da tempo delle indagini in corso relative a tutte le segnalazioni che sono pervenute e che pervengono alla Procura e che riguardano una possibile o probabile attività di inquinamento da parte della Ferriera». Si può ipotizzare qualche decisione drastica a breve? «Tutto è ipotizzabile, anche che la Ferriera chiuda domani per i fatti suoi», taglia corto Dalla Costa, lasciando intendere che nulla del genere compaia all’orizzonte.
Quanto accaduto di recente all’Ilva di Taranto aveva generato nei giorni scorsi, specie negli ambienti istituzionali, un timore: un simile destino per l’impianto di Servola, oggi al centro dell’ennesimo dibattito sul suo futuro con l’ipotesi di continuità siderurgica post 2015 purché compatibile a livello ambientale e sociale. Dalla Costa rileva: «Tutti questi stabilimenti vivono sospesi fra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, entrambi garantiti dalla Costituzione. Solo che forse quello alla salute è primario, perché coinvolge tutta la popolazione. Poi è chiaro che bisogna valutare caso per caso».
Le indagini cui ha fatto inizialmente riferimento il procuratore sono note da tempo. Dal luglio del 2011, infatti, le immissioni nell’aria di polveri, fumi e altri inquinanti sono al centro di un’azione conoscitiva avviata dalla Procura. «Stiamo guardando in modo del tutto nuovo a questo fenomeno. In particolare a quanto è accaduto nel 2009 e nel 2010. Un altro fascicolo riguarda i primi mesi del 2011», aveva dichiarato poco più di un anno fa Dalla Costa. Ieri ha osservato inoltre: «Solo una valutazione complessiva del fenomeno può consentire di comprenderlo. Questo stiamo tentando di fare. Ma non è facile: del materiale è disperso, manca, è sempre mancata, una linea di comunicazione tempestiva dell’evento in ipotesi dannoso e tutte le immissioni vengono valutate su base annuale, salvi casi eclatanti e macroscopici. Certo, poi c’è da verificare come le istituzioni titolari della tutela della salute dei cittadini si atteggino verso i soggetti in questione, a quali azioni subordinino l’esercizio dell’attività industriale». L’indagine conoscitiva avviata a luglio 2011 aveva puntato da subito a verificare se gli organismi pubblici si fossero attivati e avessero preso provvedimenti adeguati in occasione degli sforamenti degli inquinanti oltre la soglia prevista dalla legge. In merito, il procuratore capo assicura: «Allo stato non ci sono sviluppi».
«Oggi la tecnologia offre sistemi per rendere sicuro e non-inquinante ogni impianto - illustra ancora Dalla Costa - ma il problema sono da una parte i costi e dall’altra l’ignoranza di ciò che la tecnologia può offrire e garantire. Così, tanto per fare un esempio, ci sono città con un termovalorizzatore in centro, mentre altre che non ne vogliono neanche sentire parlare. Un fenomeno complesso che non può essere risolto solo sul piano penale».
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