La marcia autonomista

I lavoratori della Sertubi, per la maggior parte in cassa integrazione e in forte ansia per il futuro, oltre a quelli di due cooperative del porto a propria volta preoccupati per il calo di traffici, si sono incolonnati ieri mattina in un corteo organizzato dal movimento Trieste Libera e che rivendicava il mantenimento del Punto Franco in Porto Vecchio. Una manifestazione che ha avuto forte visibilità data la presenza sulle Rive la domenica mattina di molti triestini e anche di turisti e che secondo la questura ha raccolto 250-300 aderenti, secondo gli organizzatori quasi duemila. «C’erano anche numerosi esponenti di Stato Veneto, cioé separatisti di Treviso e di Venezia - racconta Sandro Giombi, vicepresidente di Trieste Libera - e poi lavoratori della Sertubi e del porto che si sono aggregati a noi tramite alcuni messaggi sul web. Appartengono a varie sigle sindacali, del resto il nostro è un movimento apolitico anche se stiamo organizzando una prossima manifestazione sull’Acegas assieme ai “grillini”.»
Di politica in realtà ce n’è molta nel volantino diffuso per l’occasione. Il movimento rifiuta la denominazione Porto Vecchio e lo chiama «Ponto franco Nord, parte integrale del porto libero di Trieste, l’unica zona franca internazionale portuale del continente europeo salvaguardata da ferree leggi internazionali. Il Trattato di pace di Parigi del 1947 - si rileva - sancisce l’uso dell’area a scopi esclusivamente portuali. Spudorate campagne di stampa ci propinano quotidianamente che la restituzione del porto alla città (alla quale non è mai appartenuto) rappresenti l’unica soluzione salvifica per la nostra economia. Menzogne». Secondo Trieste Libera sarebbe il moribondo patriziato triestino a manovrare la cosiddetta riqualificazione propinata dalla testa di legno di turno, cioé la Portocittà srl, con la palese complicità di Comune, Provincia, Prefettura, Autorità portuale e del Piccolo, per ricavarci alcuni miliardi di euro con ricadute nulle per il popolo di Trieste.
Tra i partecipanti alla manifestazione anche Mauro Broili della Rsu Sertubi per la Fiom-Cgil. «I lavoratori portuali erano venuti a portarci la loro solidarietà davanti all’azienda - racconta - noi abbiamo restituito il favore sfilando assieme sulle Rive. Non c’era alcun simbolo di partito e nessuna bandiera, se non quelle triestine con l’alabarda. Noi abbiamo interpretato la manifestazione come salvaguardia del lavoro a Trieste anche per le generazioni future». Dopo l’alzabandiera e l’Inno a San Giusto, il corteo è partito dal molo che viene chiamato San Carlo, rifiutando il nome italiano di Molo Audace, ha percorso le Rive, piazza Libertà e viale Miramare fino a entrare nel Porto Franco Nord, così chiamato il Porto Vecchio, dove c’è stato un rinfresco. (s.m.)
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