L'amianto che avvelenò Monfalcone

Quando è uscito questo libro “Amianto-I polmoni dei cantierini di Monfalcone” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, euro 12,00, pagg. 103) ho pensato che Roberto Covaz avesse raccolto gli articoli scritti sulla questione della lavorazione che ha ucciso migliaia di operai, nella sua Monfalcone ma anche in tante altre località industriali d’Italia. Invece mi sono trovato a leggere un diario-denuncia, un racconto in prima persona di un uomo che ha visto morire tanti suoi concittadini.
Un racconto pieno di pathos: «Da tempo mi sentivo dentro questo peso da scaricare, ovvero raccontare della mia città troppo piccola per soffrire di un male così grande», afferma Covaz per rimarcare il silenzio che ha avvolto per tanti anni la questione.
La narrazione avviene su due registri: il primo è quello di Tazio, un personaggio immaginario, l’archetipo dell’operaio del cantiere, orgoglioso del suo lavoro, legato alla grande fabbrica, l’uomo che accarezza le lamiere su cui ha lavorato al quale l’amianto spezzerà vita, speranze e sogni; il secondo è invece il diario personale, sono le esperienze dell’autore. A cominciare da quelle vissute da bambino quando gli piaceva abbracciare il nonno che sapeva di borotalco. Il borotalco buono, quello profumato, tanto simile all’altro borotalco, quello inodore che penetra nei tessuti attraverso il respiro e si attacca ai tessuti, «di solito - scrive Covaz grazie alle informazioni ottenute dal dottor Claudio Bianchi – preferisce la pleura, la membrana trasparente e sottile che avvolge i polmoni» e scatena il mesotelioma che non lascia scampo. Ma le fibre di amianto viaggiano libere anche in altre parti dell’organismo e possono stimolare i tumori al peritoneo e al pericardio, alla laringe, all’ovaio, al fegato, all’esofago.
«Una pioggia di morti», dice Covaz in quel cantiere che è al contempo il luogo che dà lavoro e quindi vita e il Moloch che la toglie con il “borotalco cattivo”. E racconta quando si è cominciato ad avvertire il pericolo: dalle intuizioni di medici statunitensi negli anni Quaranta alla prima ricerca completa che riguarda i cantierini di Belfast (il cantiere dove fu costruito il Titanic) del ’65. In Italia il «primo poderoso studio» appare nel ’71 e riporta che la più alta mortalità per cancro all’apparato respiratorio è registrata nel Friuli Venezia Giulia e in Liguria.
Nel ’79 altro studio: la provincia di Gorizia è al primo posto in Italia per tumore pleurico, 116 decessi per milione di abitanti. «Di recente i dati del registro regionale degli esposti al borotalco bianco – sottolinea l’autore - ha dimostrato che il 99 per cento dei residenti dell’Isontino colpito da tali patologie ha lavorato al cantiere di Monfalcone. A Trieste la percentuale cala all’80 per cento nella cantieristica».
Covaz cita altre ricerche più specifiche le quali dimostrano che la questione era nota eppure «nessuno ci bada». Bisognerà aspettare la legge 257 del ’92 perché finalmente il materiale killer venga messo al bando in modo inequivocabile. Sì, perché negli anni citati e nonostante l’aumentare della consapevolezza e delle relative denunce l’amianto continua ad essere usato.
Non basta la messa al bando del materiale, c’è la questione delle responsabilità di chi ha continuato a imporre queste lavorazioni e quella dei risarcimenti alle vittime e ai loro familiari. Battaglie lunghe e durissime, che vedono in prima linea il citato Claudio Bianchi, anatomo patologo triestino, spesso solo nell’impresa, e Duilio Castelli, che ha lavorato in cantiere come coibentatore «sguazzando nelle fibre» e ha costituito insieme ad altri cantierini l’associazione Esposti amianto. La mobilitazione di vittime e vedove costringe la giustizia a intervenire ma, come afferma con amarezza Covaz in chiusura del libro, il processo è ancora in corso e «per gli 85 morti per amianto di Monfalcone non sarebbe comunque un problema, aspettassero ancora un po’. Tanto sono morti. Di che si lamentano?».
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