«Abbattere la Sala Tripcovich è un’opportunità»

Quell’edificio non è mai stato al posto giusto. Si perde un teatro? Recuperiamo la sala dentro la Questura
Lasorte Trieste 17/10/18 - Sala Tripcovich, Transenne, Lavori
Lasorte Trieste 17/10/18 - Sala Tripcovich, Transenne, Lavori
TRIESTE. Nel 1904, in ottobre, quando lo scrittore James Joyce arrivò a Trieste alla stazione delle Ferrovie Meridionali, per la prima volta in una città di cui forse non sapeva neanche l’esistenza, si trovò di fonte un grande piazzale suddiviso in due blocchi di giardini, confinanti con il palazzo Panfili dominato dall’elegante struttura a cupola. Sul lato destro, in direzione del mare, si apriva il porto, e più in là la baia con i velieri e i piroscafi (piro-fregate si diceva allora).
 
Quella piazza, dominata dal monumento della Dedizione della città all’Austria (poi smantellato, alcuni pezzi in bronzo sono ancora in un deposito) era il biglietto da visita della città agli inizi del XX secolo. Una piazza che, nel corso del tempo, ha subìto modifiche e riduzioni, accogliendo al suo interno la costruzione di un’autorimessa di corriere progettata dagli ingegneri Baldi e Nordio nel 1931 e terminata nel 1934. Due stazioni, una accanto all’altra: per via ferrata e per via stradale, entrambe proiettate nel futuro.
 
Poi nel 1992, con il disuso del terminale delle autocorriere, questo edificio è diventato, per volontà della famiglia Tripcovich, un teatro cittadino di grande capienza, ben organizzato strutturalmente dall’architetto Andrea Viotti. Un teatro che, nel corso degli anni, ha fatto la sua funzione suppletiva di un Verdi in ristrutturazione e poi è decaduto. E ora si sta parlando di abbatterlo. Decisione che, tra l’altro, sta alimentando un acceso dibattito, come sempre accade quando a Trieste si tenta di cambiare qualcosa. Dunque anche in questo caso i pro e i contro si sono fatti sentire, talvolta con toni accorati.
 
A essere contrari alla demolizione della Tripcovich sono, prima di tutto, quelli che avevano sperato in una gestione prolungata del teatro Verdi, con cui in quanto sala-spettacoli era collegata, lodando, fra i vari pregi, un’acustica eccezionale. E tra di loro non pochi sono quelli che considerano la soppressione di un teatro una perdita importante, a prescindere.
 
Ma, a volerci ragionare su, forse le cose non stanno proprio così. Innanzi tutto, partiamo da una nota sull’edificio-base, i cui pregi architettonici non sono mai stati entusiasmanti. La stazione non presentava particolari doti artistiche sin dalle origini commerciali, rientrando nella sfera dei cosiddetti edifici funzionali (che privilegiano la funzione sul concetto di bellezza).
 
E poi dobbiamo tenere conto anche della sua posizione. Messa lì, in quella bella piazza che continua a essere il biglietto da visita di una città lanciata nel settore turistico, c’entra assai poco con la configurazione storico-architettonica originaria (quella che ammirarono gli occhi di James Joyce più di cent’anni fa). Anzi, costituisce un ostacolo alla fruizione degli elementi artistici neo-rinascimentali della barriera doganale, che fa bella mostra di sé in chiusura della quarta parete verso il mare.
 
Abbattere la Sala Tripcovich è una scelta in direzione del ripristino di quelle quinte quasi teatrali. Rimetterci un secondo giardino, poi, magari anche spostando il monumento a Sissi, avrebbe molto senso (attenzione, lì c’era il Monumento della dedizione di Trieste all’Austria). E costituirebbe un tributo ben pagato alla monumentalità del luogo. Abbattere costa molto meno che ristrutturare, e lo si può fare anche in breve tempo. Quanti si dissero inorriditi dal coraggioso smantellamento della piscina Bianchi sulle Rive, per poi constatare che fu un modo per ridare alla città un pezzo della sua antica bellezza?
 
E infine, la perdita di un teatro. Giusto, ma con i soldi previsti per la ristrutturazione della Tripcovich perché non restaurare la grande sala sita all’interno della Questura? Questo bellissimo auditorium, già in uso dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, abbandonato a se stesso anche per assenza di adeguate uscite di sicurezza (che potrebbero essere riprogettate), compenserebbe indubbiamente la demolizione della Sala Tripcovich. 

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