Abdul, boxeur in fuga :«Mi ero rifiutato di addestrare i talebani»

Ricominciare ad allenarsi è stato il suo primo pensiero. Arrivato a Gorizia ha subito chiesto di andare in una palestra. Abdul non metteva i guantoni da un anno e mezzo. Gli basta colpire il sacco per fare illuminare gli occhi altrimenti tristi: poco importa che gli manchi il fiato. Quando non ce la fa più, si ferma e spiega come tenere la guardia agli amici che lo accompagnano. Recuperate le forze, riprende a danzare intorno al sacco e a colpire. Si tratta solo di una prova, ma adesso che è in Italia spera di poter finalmente ricominciare a fare quello che ama: boxare.
Venticinque anni, campione afghano dei pesi massimi, insegnava pugilato quando la sua vita è cambiata. Racconta che un giorno i talebani entrarono nella sua palestra e gli dissero che avrebbe dovuto allenare i soldati irregolari. Non condividendone gli ideali, decise di scappare da Baghlan per rifugiarsi a Kabul. Alle sue spalle si lasciò la famiglia: la mogli e i tre figli, due maschi e una femmina. Rimase nella capitale per un anno e due mesi cercando di non dare troppo nell’occhio, ma la paura lo accompagnava ad ogni passo.
Messo insieme il denaro sufficiente per pagare i trafficanti d’esseri umani, decise di fuggire anche dall’Afghanistan. Per mettersi nelle mani dell’organizzazione criminale che gli ha fornito i contatti logistici necessari al viaggio ha dovuto prima sborsare 9mila euro. Con lui sono partiti anche tre familiari. Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia. L’ultima tappa del percorso l’ha fatta in macchina. Quando il passeur che lo aveva caricato a bordo ha raggiunto la frontiera con Gorizia si è limitato a dirgli senza troppi complimenti: «Questa è l’Italia, scendi». Era il primo marzo. «Sono arrivato a Gorizia solo perché il conducente mi ha lasciato qui – ricorda – non conoscevo la città e non l’avevo mai sentita nominare prima. Sapevo che in Italia c’erano tanti afghani, ma non sapevo dove si trovavano. A Kabul mi avevano garantito aiuto solo fino all’Italia. A me andava bene perché in televisione vedevo che amate lo sport. Ora spero di ottenere i documenti, portare qui la mia famiglia e ricominciare con la boxe».
Abdul è uno dei migranti fuori convenzione accolti dalla Caritas. Significa che al centro “Faidutti” non ha un letto. Deve accontentarsi di una coperta da stendere a terra. Per tre giorni ha dormito con i suoi compagni di viaggio al parco della Rimembranza, ma la prima notte l’ha trascorsa nei bagni della stazione, dove ha usato l’aria dell’asciugamani per scaldarsi. Il viaggio è stato lungo e duro. Abdul racconta d’essere stato picchiato dalla polizia bulgara e d’essere stato arrestato per un mese. «Mi hanno messo in una stanza con altre 18 persone. Fumavano tutti, così ho pensato che avrei dovuto farlo anch’io». Da atleta, però, non poteva mantenere quel vizio, così si affretta a sottolineare: «Appena uscito, ho smesso». Una volta rilasciato, per raggiungere la Serbia ha camminato 28 ore nella neve. È stata solo una delle tante massacranti marce a cui si è sottoposto. Ora pesa 80 kg, ma prima dell’incontro con i talebani ne pesava 105. «I talebani sono solo degli assassini assetati di denaro e potere. Per loro non è un problema uccidere. Comandano e non pensano come fanno le persone normali. Non ho letto da nessuna parte quello che dicono loro dell’Islam. Per questo me ne sono andato».
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