Adam: «Allargamento prematuro. Ora l’Europa va rafforzata»

L’esperto Ue, atteso martedì al Palazzo della Regione in piazza Unità, spiega l’euroscettismo con la tendenza di molti governi «a scaricare le proprie difficoltà su Bruxelles che però ha competenze limitate. Londra ha dato corso alla Brexit sulla base di una errata interpretazione dei concetti che portarono all’intesa 60 anni fa»

TRIESTE. A prima vista sembra in piena crisi, criticata e addirittura abbandonata da un Paese come la Gran Bretegna. Ma l’Unione europea ha nel preambolo dei trattati istitutivi della Cee del 1957 gli stimoli necessari per progredire e diventare più forte, laddove si legge che gli Stati fondatori affermano di porre le basi per cercare di creare un’unione più stretta fra i popoli europei. Ne è convinto Roberto Adam, già docente di Diritto dell’Unione europea all’Università Torvergata di Roma, martedì 9 maggio fra i relatori del convegno in programma a Trieste.

“I valori e i principi fondamentali dell’Unione europea a 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma” è il titolo del convegno che si terrà dalle 10 alle 13.30 nel Palazzo della Regione in piazza Unità a Trieste. L’evento è organizzato nella Giornata dell’Europa dal Dipartimento di scienze giuridiche (Iuslit), dal Centro documentazione europea (Cde) dell’Università di Trieste, con la Regione Fvg e con la collaborazione del Circolo della cultura e delle arti (Cca) di Trieste.

Dopo l’introduzione di Mitja Gialuz, direttore vicario Iuslit, di Stefano Amadeo dell’Ateneo cittadino e di Thomas Jansen del Cca, e dopo il saluto della governatrice Debora Serracchiani, i lavori presieduti da Paolo Giangaspero con relazioni di vari studiosi e docenti universitari.

Tutti gli interessati sono invitati, richiesta registrazione online (eventi.regione.fvg.it/eventi). Accesso alla sala fino a esaurimento posti.

Professor Adam, il messaggio contenuto nel preambolo dei trattati istitutivi della Cee del 1957 è ancora valido?

Certo, perché quel messaggio poneva una finalità, cioè di assicurare una riconciliazione tra i popoli dei diversi Stati membri d’Europa dopo le devastazioni delle due guerre mondiali. Il primo nucleo dei Paesi membri della Comunità europea di allora poi vedeva due Paesi e due popoli che si erano combattuti ferocemente, ossia i francesi e i tedeschi.

Dunque l’idea di unione europea come antidoto alle guerre e agli odi...

L’idea di avviare il processo di integrazione europea poggia proprio sull’idea di riconciliare i popoli d’Europa, quindi più che i governi, più che le istituzioni: un’idea di riconciliazione fra i popoli, per far loro trovare un senso di unità e comunità.

Ma questo messaggio, alla luce anche della Brexit, ha ancora valore?

Ritengo di sì. La Gran Bretagna, tra l’altro, per motivi politici che personalmente non condivido e ritengo sbagliati, si è basata proprio su questa frase che c’è nel preambolo del 1957 come spauracchio di una limitazione della propria sovranità.

Perché sbaglia Londra?

Quella frase non attiene assolutamente alla limitazione della sovranità degli Stati membri, perché attiene a un problema di riconciliazione delle popolazioni, indipendentemente dall’assetto istituzionale della Cee o dell’Ue. Non è un messaggio a favore di un’Europa federale, di un super Stato, perchè non fa alcun riferimento all’aspetto istituzionale, ma solamente a quello culturale, politico e identitario dei popoli d’Europa.

È comunque un messaggio che prospetta una finalità che va conquistata giorno per giorno...

Certo, e in questi 60 anni se ne sono fatti di progressi, anche se siamo di fronte a una finalità che va sempre guadagnata.

Quali sono allora le radici dell’euroscetticismo oramai dilagante?

Una radice molto solida è una ragione politica, la tendenza cioè di molti governi a scaricare sulle istituzioni europee la responsabilità di ciò che non sono in grado loro di fare o di tutte le difficoltà che comunque si trovano a dover gestire. È facile dire sempre “è colpa dell’Unione europea” quando l’Ue ha delle competenze limitate, quelle che le sono state attribuite dagli Stati membri.

L’Europa dunque ha competenze limitate...

Assolutamente sì, ha un bilancio che è pari all’1% del bilancio complessivo di tutti gli Stati membri, però si fa sempre appello all’Ue come quella che deve risolvere tutti i problemi. È chiaro che non può essere così, però questo continuo scaricare responsabilità non ha aiutato l’Unione europea.

Ora si sta parlando di un ulteriore allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali. Quali errori non si devono commettere se si guarda al precedente grande allargamento del 2004?

Bisogna aspettare, in questo momento un allargamento sarebbe prematuro. Certo è utile per certi versi, così come è stato utile quello del 2004. È stato utile per quei Paesi che sono entrati, altrimenti sarebbero potuti rientrare, in un’ottica di politica internazionale, nell’area della Russia, però ai fini del funzionamento e dell’approfondimento del processo di integrazione europea non è stato un passo positivo.

Come mai?

Perchè sono Paesi che hanno acquistato la loro piena sovranità da poco tempo ed è pure comprensibile, per certi versi, che siano restii a tollerare anche la minima perdita di sovranità cui vanno incontro inevitabilmente aderendo all’Ue, perché il processo di integrazione è basato sulla cessione di una parte della propria sovranità. Per regolare certe cose, infatti, bisogna farlo all’interno delle istituzioni Ue.

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