Addio a Ghersi, socialista “pulito”

«No, no, non era una giunta di centrosinistra, era una giunta di sinistra estrema con nove assessori comunisti e tre socialisti». Era l’amministrazione provinciale di Trieste tra il 1977 e il 1980 come la ricorda il vicepresidente di allora, Ezio Martone che era esponente del Pci. A guidarla però un socialista, Lucio Ghersi, spentosi a 73 anni la notte tra sabato e domenica dopo una lunga malattia. Le leve del potere a Trieste non erano mai state così a sinistra né lo sarebbero state più, la provincia aveva appena scollinato il boom demografico dei 300mila abitanti. «Con Ghersi acquisivano in modo palese “diritto di cittadinanza” le donne, gli sloveni, i matti che la precedente giunta Zanetti con Basaglia aveva “liberato”», ricorda Claudio Boniciolli che proprio assieme a lui reggeva la segreteria del Psi triestino. La giunta Ghersi si poneva come un cuneo tra il precedente potere democristiano dei Bartoli e degli Spaccini e la nascente Lista per Trieste che avrebbe squassato tutti gli equilibri politici in città precedendo la Seconda repubblica in Italia. «Nel 1976 - ricorda Martone - ci fu la grande avanzata del Partito comunista arrivato in Italia al 34,4% e a Trieste al 27-28%. Gianni Giuricin era clamorosamente uscito dopo Osimo e aveva lasciato il Psi in mano a giovani dirigenti: inventammo la presa della Provincia con Ghersi presidente. Lavoravamo a contatto quotidiano: facemmo la Seconda conferenza economica provinciale, la grande mostra su Miela Reina, riuscimmo ad essere l’unica risposta istituzionale all’ondata del Melone ripristinando tra l’altro il Comitato antifascista.»
«Laico, radicale, intransigente, onesto». Questo dicono di Ghersi, Martone e Boniciolli. Studente del Liceo Petrarca, allievo anche politicamente del professor Livio Pesante, poi nell’Unione goliardica, laureato in Giurisprudenza, dirigente della Regione. Lascia la moglie Livia e il figlio Giacomo. Il ricordo che più è rimasto impresso a Martone è del 1974, nel rione più popolare di Trieste, San Giacomo, in un cinema che non c’è più da molti anni: il “Moderno”. C’è un comizio a favore del divorzio: lo tiene Bettino Craxi. «In sala - ricorda Martone - eravamo, tutti compresi, in 38 tra cui io e Lucio. Alla fine ce n’è andammo in un bar del rione a bere un caffè con Bettino che conoscevamo dall’università». Poi le loro strade si divisero leggermente: Craxi a spianare la strada a Berlusconi che farà i governi più a destra che l’Italia abbia avuto dopo il fascismo, Ghersi e Martone a guidare l’unica amministrazione socialcomunista di Trieste. (s.m.)
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