Addio a Morri anima del Grion Decesso per sospetto amianto

il lutto



Sarà l’autopsia, già effettuata, a stabilire la causa del decesso. Ma già molti anni fa a Franco Morri, spirato nei giorni scorsi, era stata riscontrata la presenza di fibre di amianto nei suoi polmoni. La sostanza killer l’aveva aggredito quando lavorava come saldatore allo stabilimento navalmeccanico di Panzano. Una malattia contro la quale ha combattuto strenuamente ma che, purtroppo, non gli ha dato scampo. Franco, che aveva 84 anni, era entrato all’allora Italcantieri all’età di 19 anni e vi aveva lavorato sino al 1992, quando era arrivato il momento della pensione.

Un uomo buono, generoso, affabile e molto attivo Morri, tanto che, per lunghi anni, si era anche prestato a riparare le stufe domestiche dei vicini di casa e per questo era conosciuto anche come “quel de le stufe”. La sua grande passione era la musica e per ben 50 anni era stato una colonna portante della corale maschile Ermes Grion. Un’istituzione per la città. Dopo la sua fondazione, artefice, tra gli altri, il maestro Aldo Policardi e proprio Franco Morri, nel 1954 il Grion si affiliò al dopolavoro “Ernesto Solvay”, divenendo, nel 1963, sezione dell’Associazione ricreativa Fincantieri e, con un suo autonomo statuto, assunse l’attuale denominazione.

Morri lascia la moglie Luciana, i figli Ornella, Luisa e Alessandro, ma anche la sorella Maria e tanti adorati nipoti. I funerali saranno celebrati domani, alle 11, nella chiesa parrocchiale della Marcelliana. Il feretro sarà esposto dalle 8.30 all’obitorio dell’ospedale di San Polo e dopo le esequie sarà tumulato nel cimitero cittadino. La scomparsa di Franco Morri ha lasciato un vuoto incolmabile tra tutti coloro che ebbero il piacere di conoscerlo. Nativo di Rimini, a soli 4 anni con la famiglia era emigrato a Monfalcone e qui si era fatto subito moltissimi amici. Ancora giovanissimo aveva varcato, come molti, le porte dello stabilimento navalmeccanico dove vi era rimasto tutta una vita. E come altri operai del cantiere, le cosiddette tute blù, proprio nei capannoni, nelle officine e nel ventre delle navi, aveva contratto la terribile malattia. Una malattia che non perdona e che, purtroppo, ha mietuto già tante, troppe vittime tra gli operai e persino nelle loro famiglie.—

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