Adescamenti: «Qui in casa avevamo capito»

Che Arrigo Ravenna, l’impiegato di banca in carcere da giovedì per induzione alla prostituzione minorile, ospitasse nel suo appartamento dei ragazzi stranieri i vicini di casa lo avevano capito da tempo. Lo faceva da anni. Dopo la morte della madre con cui condivideva l’alloggio al numero 51 di viale XX Settembre quegli incontri si erano intensificati.
«Non era nostro cliente – riferisce Gennaro, barista nel locale sotto casa di Ravenna, - ma il via vai di giovanissimi lo avevamo notato. Si accompagnava sempre a ragazzini, talora di origine marocchina, che salivano da lui. Il fatto aveva turbato me e il mio collega al punto che mesi fa avevamo pensato di avvertire i carabinieri. Ma temevamo di avere interpretato male quegli incontri».
L’appartamento di Ravenna, quello in cui si consumavano secondo l’accusa incontri sadomaso, è al primo piano dello stabile a pochi metri dal Rossetti. Targhetta in ottone, zerbino, scuri socchiusi. Tutto sembra normale. Invece lì dei minorenni si davano all’uomo in cambio di qualche decina di euro. Stando alla frequenza con cui i vicini riferiscono di averlo visto entrare nel palazzo con dei giovani, gli incontri erano non sporadici ma sistematici. «Si era capito da anni che tra Ravenna e quei ragazzi accadeva qualcosa di particolare, – ammette la signora Pazienza che abita al terzo piano – la sua era una famiglia stimatissima, ma lui è particolare. Mi risulta che in passato qualcuno abbia riferito qualcosa alle forze dell’ordine». Se tutti sapevano, nessuno ha denunciato. Forse anche per l’età non giovanissima dei ragazzi. Qualcuno poteva dimostrare 18, 19 anni. Non si trattava di bambini, almeno da quanto riferiscono i vicini. «La signora che abitava anni fa al piano sopra a Ravenna – racconta una vicina – ha lasciato questa casa e si è trasferita perché aveva due bambine e spesso sentiva rumori molesti arrivare dalla casa dell’uomo».
Uno studente residente nello stesso stabile evidenzia l’imperturbabilità con cui Ravenna si accompagnava con quei ragazzi: «Non sembrava preoccuparsi dei giudizi altrui né che qualcuno lo vedesse far salire in casa uno di quei giovani». In base a quanto raccontano i vicini di casa, gli incontri avvenivano prevalentemente nel tardo pomeriggio. Presumibilmente quando l’uomo finiva di lavorare all’agenzia Unicredit di via Giulia 3. Un altro particolare: Ravenna era praticamente astemio. Il vino che acquistava lo teneva in casa solo per offrirlo ai ragazzi e, verosimilmente, per renderli più disinibiti durante gli incontri sessuali. «Abita in quella casa da tantissimi anni, – racconta Gianni Rossetti, residente in uno dei condomini di fronte a quello dove vive Ravenna – la madre era una bravissima donna preoccupata per quel figlio. Lei sperava si trovasse un compagno stabile. Invece lui portava in casa ragazzini».
Al Giardino pubblico di via Giulia - dove Ravenna adescò il 17 febbraio due fratelli stranieri di 15 e 17 anni, i cui genitori hanno poi sporto denuncia facendo scattare le indagini - nessuno invece ricorda di aver visto quell’uomo. «Io lo ricordo in banca – spiega la ragazza del bar dentro il giardino – ma qui con ragazzini non l’ho mai visto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








