Luci verdi e viola nella notte: sul Carso lo spettacolo dell’aurora polare
Alle nostre latitudini il suggestivo fenomeno atmosferico si presenta normalmente solo rosso. L’insolito spettacolo è stato osservato e registrato dagli astrofotografi del Centro Antares

Sono partiti in gruppo, chi da casa, chi dal Centro Antares a Basovizza, con l’entusiasmo di chi sta per assistere a qualcosa di straordinario. Ma anche con qualche incertezza: quando sono arrivati, verso le 22.30, il cielo era ancora nero. Gigliola Antonazzi, astrofotografa del Centro Studi Astronomici Antares, ha provato qualche scatto con il cellulare in modalità long exposure, per non tirare fuori subito l’attrezzatura che avrebbe rischiato di congelarsi. Niente.
Poi, poco prima delle 23, il segnale dalle webcam degli impianti sciistici: «Le prime luci rosse, ci siamo!». E allora via, tutti fuori dalle macchine a montare in fretta l’attrezzatura, nonostante il freddo pungente e la bora che faceva ballare i treppiedi.
Quello che è apparso nel cielo sopra Trieste nella serata del 19 gennaio è stato uno spettacolo che molti vanno a cercare fino in Norvegia, pagando migliaia di euro per vederlo.
Stavolta è arrivato a chilometro zero, gratis, meraviglioso. Un’aurora polare di intensità eccezionale, prevista ma non in questa gamma cromatica. Oltre al rosso profondo dell’ossigeno eccitato negli strati alti dell’atmosfera, tipico delle aurore visibili alle nostre latitudini, il cielo si è tinto di verde-acquamarina dall’ossigeno a quote più basse, e di blu e viola dall’azoto: tonalità che si osservano di solito solo in Norvegia o nei Paesi nordici, dove l’aurora è allo zenith.
«Quasi mai si vedono questi colori alle nostre latitudini» , racconta Antonazzi. «L’ultima volta che abbiamo visto qualcosa di simile risale agli anni Novanta, ma anche allora era tutto rosso. Nel maggio 2024 c’è stato un evento eccezionale, però questo l’ha superato. Vedere l’azoto eccitato è stato qualcosa di spettacolare».
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L’evento era stato previsto con precisione quasi chirurgica. Il 18 gennaio un brillamento solare di classe X2 aveva scagliato verso la Terra un’eruzione di plasma a 1.660 chilometri al secondo. A seguire l’evoluzione del fenomeno erano Jan Pohen, giovane astrofilo che tiene monitorata l’attività solare, e il fisico teorico Giorgio Rizzarelli. «Sono scattati i primi allarmi già alla fine della giornata del 18 gennaio», spiega Antonazzi.
«Nelle ore seguenti i dati ottenuti dai siti specializzati diventavano sempre più promettenti. Qualche ora prima che la tempesta arrivasse, Giorgio e Jan ci hanno detto che sarebbe stato qualcosa di eccezionale. Senza loro due non avremmo potuto farci trovare preparati. Così ci siamo organizzati per una notte speciale».
Il Centro Antares conta un’ottantina di appassionati, soprattutto di astrofotografia, sparsi quella sera tra Basovizza, Reana del Rojale e altri punti del Friuli Venezia Giulia. La scienza dietro lo spettacolo è affascinante quanto le immagini. La tempesta geomagnetica, classificata G4/G5, ha convogliato particelle solari cariche nell’atmosfera terrestre attraverso il campo magnetico. I gas atmosferici, eccitati dall’energia, hanno rilasciato luce: rosso oltre i 200 chilometri di quota, verde-acquamarina tra i 100 e i 200 chilometri, e le rare sfumature blu e viola dell’azoto eccitato a quote più basse, che compaiono solo durante le tempeste più potenti.
«In Norvegia vedono soprattutto il verde, perché l’aurora è allo zenith, proprio sopra di loro», spiega l’astrofotografa. «Noi, invece, la vediamo come un arco all’orizzonte, e di solito vediamo solo le tonalità dell’ossigeno eccitato». L’aspetto più inedito del fenomeno, come conferma Rizzarelli, è cessato entro mezzanotte: «Dopo le componenti verdi protoniche erano finite, restava solo il SAR rosso fotografico».
Uno strumento prezioso per intercettare l’arrivo dell’aurora si è rivelato insospettabile: le webcam degli impianti sciistici, piazzate in quota con l’orizzonte libero verso nord. «Nelle ultime ore prima dell’evento le monitoriamo tutte», racconta Antonazzi. «Anche gli studiosi le usano, e negli archivi fotografici del passato hanno scoperto aurore di cui nessuno si era mai accorto». Il gruppo è rimasto sul posto fino a mezzanotte, quando il freddo è diventato insopportabile. «Ci siamo congelati, ma la parte più spettacolare ce la siamo goduta», sorride Antonazzi.
Per velocità e intensità, l’evento del 19 gennaio si colloca tra i più potenti dell’era moderna, paragonabile alla tempesta di Carrington del 1859 e a quelle del 1989 e del maggio 2024.–
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