Bonus anti crisi per il turismo Trieste resta a secco e si ribella

Nell’assegnazione dei contributi del decreto Agosto ha pesato il rapporto tra vacanzieri stranieri e residenti. Levata di scudi da istituzioni e categorie
Lasorte Trieste 04/06/17 - Turisti
Lasorte Trieste 04/06/17 - Turisti



La beffa e l’immediata levata di scudi a livello locale. Trieste non è tra i 29 capoluoghi che si spartiranno l’ultimo bonus da 500 mila euro per il turismo. Trattasi di contributi a fondo perduto, appositamente pensati per gli esercizi commerciali vittime della crisi che si trovano nei centri storici delle città d’arte. Previsto dal governo nel cosiddetto decreto Agosto, il finanziamento è stato fortemente voluto dal ministro di Beni culturali e Turismo, Dario Franceschini.

I criteri per accedervi? Innanzitutto l’Istat deve aver registrato sul suolo comunale presenze di villeggianti stranieri, nel corso del 2019, in numero almeno tre volte superiore a quello dei residenti (la proporzione cambia per le città metropolitane). Una volta che l’urbe è nella lista, il singolo commerciante nel 2020 deve poi aver subito un calo del 33%, rispetto al fatturato dell’anno scorso.

«Non si può vincere sempre e bisogna saper perdere», commenta laconico il sindaco Roberto Dipiazza: «Vedrò se si può in qualche modo fare ricorso. Certo che, se son fondi di Franceschini, dietro ci dev’essere anche tanta politica». Così l’assessore comunale al Commercio, Serena Tonel: «Bizzarra scelta dei criteri, che innesca una guerra tra aziende disperate. Il governo cincischia invece di trovare soluzioni per salvare le microimprese, magari partendo da una massiccia detassazione».

Genera perplessità il fatto che «a Trieste molti turisti arrivano in giornata da Austria, Slovenia e così via – prosegue Tonel –: ovvio che non sono rilevati dalle statistiche sulle presenze nelle strutture ricettive. Idem per gli scienziati internazionali dei centri di ricerca. E pur vivendo di turismo, sono rimaste automaticamente fuori anche Grado e Lignano, in quanto non sono capoluoghi (in generale inoltre nessun Comune del Fvg ha ottenuto il contributo, capoluoghi compresi: lo stesso è accaduto a Umbria, Calabria e Molise, ndr). Di fronte a questa misura, mi chiedo dove sia il Ministero dello Sviluppo economico, silente spettatore della crisi delle aziende».

Ma davvero Trieste nel 2019 non ha avuto una mole di turisti stranieri tale da triplicare i residenti? «Esatto, per poco – conclude Tonel –. Su un milione di presenze, la metà erano stranieri: ci mancano circa 100 mila unità per arrivare alla soglia richiesta. Anche questo criterio è strano: nel paragone tra fatturato 2019 e 2020 si tiene conto solo della mancanza di turisti stranieri, appunto, ma in lockdown non ci si poteva muovere nemmeno all’interno del Paese».

Per il presidente della Camera di Commercio della Venezia Giulia, Antonio Paoletti, è «un peccato che Trieste, come del resto tutta la regione, sia tagliata fuori. Spero che il governatore Massimiliano Fedriga si attivi con Roma per vedere se c’è il margine per intervenire. Idem per i nostri parlamentari di area vicina a Franceschini, come Debora Serracchiani o Ettore Rosato. Lo stesso Stefano Patuanelli, che è nell’esecutivo, magari potrebbe dire qualcosa. In fondo siamo pur sempre una città di 200 mila abitanti che l’anno scorso ha toccato il milione di presenze. Sarebbe un aiuto importante per il commercio in crisi».

Secondo Guerrino Lanci, presidente di Federalberghi Trieste, è «assurdo discriminare in base al rapporto numerico tra residenti e turisti stranieri, quando l’aiuto dovrebbe essere un diritto di tutte le città che hanno subito un danno, il quale peraltro riguarda il comparto economico dei centri storici in generale e non solo le strutture ricettive: perché fare il calcolo in questo modo? Inoltre o si dà un beneficio o non lo si dà: non ci devono essere figli e figliastri».

Infine Federica Suban, presidente Fipe Trieste: «Comprendo che alla base ci sia una scelta basata su rilevazioni statistiche, ma mi sorprende che si intenda tutelare indiscriminatamente chi lavora nei centri di città come ad esempio Como, Padova, Genova o Cagliari e non chi invece opera a Trieste o nel resto della regione, dove ci sono diversi locali storici. Non si capisce perché, in altre parole, un bar qualsiasi in centro a Cagliari possa accedere a un contributo a fondo perduto, mentre un caffè storico di Trieste no, pur essendo di maggior interesse appunto storico e turistico. Forse sarebbe stato meglio lasciare alle Regioni la possibilità di decidere dove destinare questi fondi».

Le altre città individuate, oltre a quelle citate da Suban, sono Venezia, Verbania, Firenze, Rimini, Siena, Pisa, Roma, Verona, Milano, Urbino, Bologna, La Spezia, Ravenna, Bolzano, Bergamo, Lucca, Matera, Agrigento, Siracusa, Ragusa, Napoli, Catania, Palermo, Torino e Bari. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo