Cabinovia di Trieste, il Tar del Lazio manda in decisione il ricorso contro i fondi di Salvini: verdetto nelle prossime settimane

La sentenza potrebbe essere decisiva: qualora il ricorso venisse accolto, il progetto rimarrebbe infatti senza più un centesimo

Francesco Codagnone
Un rendering della cabinovia
Un rendering della cabinovia

Il Tar del Lazio manda in decisione il ricorso presentato dal Comitato No Ovovia contro Matteo Salvini e il Comune di Trieste, chiedendo l’annullamento del decreto ministeriale che convertiva i 48,8 milioni persi dal Pnrr in risorse statali, a oggi unica fonte di finanziamento della cabinovia.

La presidente di sezione Elena Stanizzi chiude l’udienza dopo appena un quarto d’ora, rimandando a un verdetto che potrebbe essere decisivo e lasciare quella che doveva essere l’opera simbolo dell’ultimo mandato di Dipiazza senza più un centesimo, scrivendo così il capitolo finale di un progetto che in molti, nel centrodestra, sembrano aver ormai abbandonato. La sentenza è attesa nelle prossime settimane.

A difendere il Comitato, mercoledì, l’avvocato Andrea Reggio d’Aci, lo stesso che aveva sostenuto i residenti a rischio esproprio nei ricorsi accolti in settembre dal Tar del Friuli Venezia Giulia, decretando l’annullamento di Vinca e Vas e l’invalidamento della variante “Accesso Nord”. Nel mirino dei No Ovovia c’è ora il decreto 334 del 23 dicembre 2024, firmato dal ministro delle Infrastrutture e Trasporti dopo che l’Unità di Missione del Pnrr aveva bocciato i danni che l’opera avrebbe arrecato al bosco Bovedo.

I 48,8 milioni del Recovery Fund venivano così persi da Trieste e riassegnati al tram Sir 2 di Padova, mentre le risorse statali già stanziate per quest’ultimo dirottate sulla cabinovia, senza che però l’opera – sostengono i ricorrenti – avesse mai avuto diritto a beneficiarne. I fondi in origine assegnati alla tranvia patavina derivavano infatti da un bando del Mit scaduto a gennaio 2021 (quasi quattro anni prima): bando per il quale il Comune di Trieste non aveva mai presentato domanda, a differenza di quello di Padova con il suo tram. Ciononostante, al momento di riprogrammare le risorse, Salvini aveva deciso di beneficiare proprio la funicolare tra mare e Carso, scavalcando altre amministrazioni legittimamente entrate in graduatoria. Ciò, peraltro, senza che nel decreto impugnato si faccia riferimento a un’istruttoria o a un qualsivoglia motivo alla base del finanziamento.

Non solo, anche laddove avesse fornito la documentazione fuori termine, il Comune avrebbe dovuto sottoporre al Mit una serie di alternative alla cabinovia, visto il suo impatto su un sito Natura 2000: alternative di cui «il progetto risulta però carente», sostiene il Comitato, indicando peraltro come la stessa carenza sia alla base del recente stop della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto.

Cabinovia di Trieste, il Comitato contro Salvini: il ricorso sui fondi arriva al Tar del Lazio
Una protesta del Comitato No Ovovia in piazza Unità (foto archivio Silvano)

Tutti argomenti rimasti inevasi nell’udienza, che ha visto la difesa – a rappresentare il Municipio l’avvocata Anna Domenichelli, al suo fianco l’avvocatura distrettuale di Stato – incentrarsi più sulla forma che sul merito: per Comune e Mit il “decreto Salvini” non sarebbe infatti immediatamente lesivo dei residenti a rischio esproprio e, quindi, sarebbe irricevibile alla radice. A riprova di ciò il fatto che, in linea di principio, la cabinovia avrebbe già una sua copertura, dato l’anticipo dei fondi accordato lo scorso dicembre dal Consiglio comunale: una misura che – aveva assicurato la giunta – doveva essere solo temporanea, ma che nei fatti da mesi sta tenendo bloccati 30 milioni. Fondi in ogni caso inutilizzabili, dato che l’opera manca ancora dei permessi ambientali.

Se il ricorso venisse accolto, la cabinovia perderebbe la sua principale fonte di finanziamento, decretando sostanzialmente la fine della vicenda: Dipiazza stesso ha più volte garantito che «se ho i soldi faccio la cabinovia, se non ho i soldi ci fermiamo». Scenario, quest’ultimo, che più profili di centrodestra – anche in giunta – a microfoni spenti non fanno mistero di auspicare, sperando in una via d’uscita da un progetto che ormai in pochi, in coalizione, sembrano più sostenere.—

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