Caneo, i ladri rubano un altro pezzo del tetto

FOSSALON. Uno “stillicidio” continuo, un progressivo degrado che pare inarrestabile. La questione riguarda il centro visite dell’osservatorio-foresteria del Caneo di Punta Sdobba, a Fossalon di Grado, per la cui salvaguardia gli enti (Comune di Grado, Provincia di Gorizia e Regione) non prendono alcun provvedimento. Eppure questa struttura è costata due miliardi di vecchie lire di denaro pubblico.
Dopo la chiusura nel 2007, l’osservatorio-foresteria è stato messo all’asta numerose volte, ma purtroppo senza esito.
La situazione sta peggiorando giorno dopo giorno. A fine novembre, infatti, i ladri-vandali che avevano trafugato tutto quello che potevano staccando dal tetto alcuni pannelli in rame, appena si sono calmate le acque sono tornati all’attacco. Così adesso si vede sul colmo retrostante la struttura una macchia nera di isolante catramato.
Questo significa che hanno asportato circa 200 metri quadri di copertura di rame, approfittando del fatto che la zona è isolata e lontana da occhi indiscreti.
I danni non si limitano al tetto. Sono state abbattute anche la porta in ferro-acciaio del locale caldaie (per poter portar via le apparecchiature), le recinzioni di ingresso alla struttura (non era difficile, visto che si tratta di una rete di plastica).
Perdono intanto pezzi i sentieri in legno e i gazebo panoramici per le soste, costruiti a un’altezza di oltre tre metri sull’acqua, lungo il percorso fino all’imbarcadero dell’Isonzo. Uno stato di cose che potrebbe causare incidenti ai visitatori della domenica o ai curiosi ignari del pericolo.
Nella giornata del Primo maggio, a esempio, la zona è stata attraversata da centinaia di ciclisti che, arrivando dalle piste ciclabili provenienti da Grado (14,5 chilometri e dalla Cona (8 chilometri, approfittavano per fermarsi al Caneo, pensando forse che la struttura fosse stata riaperta, arrivando fino all’Isonzo.
Diversi i commenti negativi, da parte di questi ciclisti, sullo stato in cui versa la struttura, per il sentiero disastrato, per il relitto della barca semiaffondato e per la spazzatura dilagante (plastica, vetro e materiale vario) che si aggiunge a quella trasportata dalla corrente dell’Isonzo fino al mare.
Quello che dunque poteva essere un luogo di divertimento in mezzo alla natura, si è trasformato in un monumento divorato dalle alghe e dalle erbacce.
Dalla vendita dell’edificio si occupa il Procura fallimentare del Tribunale di Udine, che nel marzo scorso ha indetto l’undicesima asta, con un’offerta che partiva da 490mila euro, purtroppo andata a vuoto. Non è stato ancora ancora stabilito quando verrà bandita la prossima asta. Un vero peccato, perché il salvataggio dell’oasi è sempre più impellente. Si tratta infatti di un patrimonio naturalistico rilevante, che copre 54 ettari ed è destinato alla fruizione pubblica.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








