Caracciolo e Repubblica

Ci ha profondamente creduto alle libertà. Anche con ironia e testardaggine. Anche quando fondò, assieme a Eugenio Scalfari e alla Mondadori di Mario Formenton, la più sensazionale novità editoriale della seconda metà del Novecento, cioè "la Repubblica", che per la prima volta ha dato quotidiano rilievo e spazio alle analisi d'un sano progressismo assieme a una informazione dichiaratamente completa e coraggiosamente sempre indipendente.

Carlo Caracciolo non si è mai atteggiato a giudice del  Paese. Gli piaceva il suo mestiere, gli piacevano le notizie, gli piaceva il valore dell'indipendenza nel  panorama talvolta depresso dell'editoria, dei quotidiani e dei settimanali italiani.


Come già aveva fatto col settimanale "L'Espresso", assieme sempre a Eugenio Scalfari, pungolava spesso direttori e giornalisti a frugare a fondo nella realtà più scomoda dei poteri non solo italiani d'ogni tipo.  Sapeva essere felice del suo difficile mestiere: bastava vederlo ogni tanto sfogliare con orgoglio uno dei molti giornali di quello che, testata dopo testata, era diventato, non solo nel linguaggio borsistico e imprenditoriale, un grande gruppo, nel quale si era cementata l'intesa certo non solo finanziaria con Carlo De Benedetti.


Caracciolo sapeva sorridere e sapeva, anzi voleva quasi fino a ieri presentarsi ogni giorno con puntualità esemplare al lavoro nella sua stanza zeppa d'idee e di quadri. E' stato davvero un esempio per tanti di noi. Un nobile, civilissimo, serio, informato, esemplare amico. Prezioso e indimenticabile soprattutto per chi ha ancora a cuore la difesa delle libertà, a cominciare dalla libertà di stampa.

Riproduzione riservata © Il Piccolo