Il Centro antiviolenza di Monfalcone: «Dieci denunce all’Arma ma seguiamo 184 donne»
Casi ufficiali in calo, quelli non denunciati restano però alti. Sono soprattutto donne italiane maggiorenni con figli

A fronte di dieci denunce di violenza sporte ai Carabinieri nei primi nove mesi del 2026 in tutto il mandamento, ci sono 184 donne che quest’anno si sono rivolte al Centro antiviolenza di Monfalcone. Di queste, 21 sono casi di emergenza. I dati forniti dal Centro “Da donna a Donna” sono aggiornati al 26 ottobre, il giorno stesso in cui la presidente Carmelina Calivà li ha riportati alla commissione Pari Opportunità, nel corso della speciale seduta che ha visto intervenire per la prima volta la prefetta Ester Fedullo, insieme al questore Luigi Di Ruscio e il comandante provinciale dei Carabinieri Giovanni Iervolino. Sul tavolo dei relatori anche l’assessora competente Giuliana Garimberti, nell’affollata seduta organizzata dalla presidente di commissione Sabina Cauci in vista del 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulla donna.
Il confronto
Dieci denunce ai Carabinieri su 184 donne vittime di violenza, dunque, ma la discrepanza è inspiegabile solo in apparenza. «I dati forniti dall’Arma sono per forza di cose parziali, perché ci sono donne che fanno denuncia alla polizia», spiega Calivà, Inoltre le denunce ai Carabinieri, che corrispondono a codici rossi e sono in calo rispetto agli anni precedenti (erano 33 nel 2024), rappresentano solo la punta dell’iceberg, «davanti a un problema molto più ampio e complesso». Ci sono tante donne che, pur non avendo presentato formale querela, si sono rivolte al Centro “Da donna a Donna”, deputato ad accogliere, con i loro figli, le vittime di stalking e di violenza, che può essere fisica, psicologica, sessuale, economica e che può assumere ancora altre forme diverse.
Il report
Delle 184 donne che nel 2026 si sono rivolte al Centro, si legge nella relazione, 107 lo hanno fatto per la prima volta. Le altre erano già state prese in carico precedentemente e continuano ad esserlo anche quest’anno. I dati sono in linea con l’anno scorso (235). Sono soprattutto italiane maggiorenni. Il dettaglio: delle 184 donne che nel 2026 hanno chiesto aiuto al Centro, 119 sono italiane (64%), 53 sono straniere (28%); i dati sulle restanti 12 non sono stati rilevati. Si tratta per lo più di madri (120), di cui 84 (70%) con figli minori, per un totale di 122 minorenni coinvolti.
Isolando il capitolo che riguarda le 107 donne che quest’anno si sono rivolte per la prima volta al Centro, 70 sono italiane (65%), 27 sono straniere (25%), nei restanti casi non è rilevato. Come non può ancora essere rilevato il sommerso.
La rete
«Per una donna cambiare vita è molto difficile, soprattutto se ha dei figli» così Calivà. «Molti i motivi che la spingono a rimanere: ha dei figli a cui non vuole togliere il padre, ha investito la sua vita in un progetto di vita e di famiglia con un uomo di cui magari è ancora innamorata, potrebbe avere paura, si vergogna, si sente in colpa, non ha sufficiente sostegno. Se la donna non è supportata da una forte e integrata rete di sostegno, fatta non solo di familiari, ma anche di professionisti che si occupano di violenza, è più difficile che riesca ad interrompere il ciclo di violenza».
Nella rete è ormai entrato a pieno titolo il Soroptimist Club Gorizia presieduto da Roberta La Mantia, che ha già permesso l’apertura, nelle caserme dei Carabinieri di Gorizia, Monfalcone e Grado, della “Stanza tutta per sé”, dove le donne possono fare denuncia sentendosi a proprio agio. «Il progetto si è evoluto nel tempo con l’introduzione di un kit portatile che consente ai Carabinieri di raccogliere le testimonianze con tempestività, senza aspettare che la vittima si rechi fisicamente in caserma o ci ripensi» spiega La Mantia. La cultura della prevenzione va di pari passo. Soroptimist, in occasione della campagna internazionale Orange the World, ha realizzato un volantino informativo sulla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale contro la violenza sulle donne approvato dal Consiglio d’Europa nel 2011. «Ci impegniamo a portare questo messaggio nelle scuole, nelle associazioni sportive e nei luoghi di aggregazione giovanile» ancora La Mantia. «Dobbiamo aiutare i ragazzi a riconoscere la violenza anche nelle sue forme meno visibili, come il controllo psicologico e l’isolamento, promuovendo una cultura fondata sul rispetto e la dignità».
Riproduzione riservata © Il Piccolo









