Chi era la vittima: meccanico a Tarvisio e padre amorevole
Il ricordo di chi lo conosceva a Pontebba e Campolongo. Qualche giorno fa il trasferimento dalla struttura che lo aveva accolto assieme ai suoi cari

«Un papà buono, amorevole e presente in famiglia», chi lo ha conosciuto nella struttura che dava asilo ad Azizov Agshin fino a pochi giorni fa a Pontebba è ancora provato dal dolore.
Il primo ad arrivare in paese era stato proprio lui, il papà insieme alle due figlie, che frequentavano le elementari nel paese del Canal del Ferro. Poi li aveva raggiunti la moglie insieme al piccolo dalla Germania per la ricongiunzione familiare.
Non era tipo da stare con le mani in mano, aveva trovato subito lavoro come meccanico in un’officina di Tarvisio, dove da poco gli avevano anche rinnovato il contratto.
«Prendeva la corriera al mattino e tornava nel pomeriggio per stare con la famiglia», ci raccontano ancora. Poi il trasferimento il 22 giugno in una struttura di Campolongo al Torre. Per il dispiacere della comunità pontebbana, che tramite il sindaco Ivan Buzzi ha espresso la sua vicinanza alla famiglia: «Ci stringiamo attorno a tutti suoi cari con profondo dolore». Il cordoglio si spande anche nel paese della Bassa friulana, dove Ruben Cadau, vice presidente di Oikos che si occupa della gestione degli appartamenti per i rifugiati, fa sapere che «da subito avevamo apprezzato l’alto valore umano di Azizov».
Intanto, tre ore dopo la tragedia sulla riva del Tagliamento a Ronchis, dove si è consumata la vicenda, c’è solo il silenzio. L’unico rumore è quello frastornante dei tir che passano sul ponte dell’A4 a duecento metri.
L’incolonnamento dei mezzi di soccorso ha lasciato le rive tra il polverone di sabbia che si alzava e rendeva difficoltosa la visibilità a una spanna di distanza. Solo pochi minuti fa i bambini giocavano in acqua, poi i momenti di difficoltà e il gesto eroico di Azizov. L’uomo si getta in acqua per salvare i piccoli, poi il dramma. La lotta con le ultime forze rimaste e poi il corpo che viene trascinato via dalla corrente. Verrà ritrovato poco più di un’ora dopo dai soccorritori, che potranno solo constatare il decesso.
La salma rimane adagiata a pochi centimetri dall’acqua, coperto da un telo per qualche minuto, poi viene portata via. Tra i sassolini su cui poggiava si intravede ancora un cerotto adesivo con un bottone metallico, probabilmente utilizzato per l’ultimo elettrocardiogramma, una linea piatta a constatare il decesso.
L’alveo del fiume in questo punto supera di poco i trenta metri, dopo pochi passi dall’argine l’acqua sembra farsi subito profonda. Lì vicino si scorge una capanna, le braci di un fuoco acceso di recente. Intorno nessuno, si sentono solo gli uccelli nella boscaglia di fronte. Probabilmente era questo il luogo dove le tre famiglie stavano trascorrendo il loro sabato pomeriggio. Sotto il telo di plastica che ombreggia lo spazio del riparo qualche tronco usato come sedia, un’asse in legno per le tavole, i bastoni alti, come le fondamenta di una casa.
E poi intorno ciò che rimane di una festa finita in tragedia, un’anguria tagliata a metà, già preda delle mosche, i giocattoli dei bambini sparsi per terra, pistole ad acqua colorate, i materassini gonfiati e ammassati alla rinfusa, le sdraio e le seggiole poco distanti. Quasi il picnic non fosse mai finito.
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