Commercio, in sei mesi 553 chiusure

Paoletti: «I negozi sono soffocati dai grandi centri che sono già troppi»
A Trieste nei primi sei mesi di quest’anno il saldo fra aperture e chiusure dei negozi è pesantemente negativo: meno 385 esercizi, fra commercio, servizi e ristorazione. A fronte di 168 nuovi esercizi, 553 hanno chiuso. L’unico saldo positivo riguarda i servizi finanziari: sono otto in più, sempre nel primo semestre 2007. E la crisi dei negozi potrebbe non arrestarsi anche a causa dell’apertura di nuovi centri commerciali. È un ritratto crudo quello che viene tratteggiato dal presidente della Confcommercio Antonio Paoletti. Lancia un allarme, ma chiede a istituzioni e parti sociali di pensare bene prima di scatenare una corsa selvaggia al gigantismo commerciale.


Il mercato triestino è da tempo in difficoltà.

I consumi non decollano dal 2001, ultimo annuo buono in termini di vendite, quando l’aumento dei volumi venduti era sul 7-8%. Alla base c’è il minore potere d’acquisto della gente. I costi dei servizi sono aumentati, in particolare quelli energetici i cui aumenti non sono giustificati visto il rapporto euro-dollaro. Da qui sono aumentati i costi per i trasporti, e quindi anche quelli per trasportare le merci. In questi anni sono sorte nuove tasse, nazionali e provinciali, per i cittadini e per le imprese. Ma ci sono anche nuovi consumi, come Internet, i cellulari e la pay tv. Tutto questo ha generato una proliferazione di agenzie per il credito al consumo.


Sono l’unica voce attiva nel saldo aperture-chiusure?

Al posto dei negozi, a Trieste aprono banche a agenzie per i prestiti al consumo. La gente è indebitata più che in passato, per l’acquisto di generi diversi, dalla tv ai frigoriferi. Il tutto con un aumento spropositato dei tassi bancari, che hanno ripercussioni sui mutui e sui prestiti al consumo. C’è stato poi uno sviluppo non di poco conto negli acquisti on-line: abbigliamento di marca, dischi, libri, elettronica di consumo.


C’è una via di uscita?
Nel Friuli Venezia Giulia, nei prossimi quattro, cinque anni ci sarà un’apertura selvaggia di centri commerciali. Solo nella provincia di Trieste, tra i centri esistenti, quelli in costruzione e quelli progettati si arriverà a una superficie complessiva di vendita al dettaglio per circa 170 mila metri quadri, rispetto ai 296 mila metri quadri attuali del commercio al dettaglio, già in crisi. La regione ha solo 1,2 milioni di abitanti, e a due passi dalla nostra provincia si progettano altri centri commerciali: a Villesse per 57 mila metri quadri (Ikea, Coop Nordest e Bernardi), a Gorizia per 24 mila e a Ronchi per 8 mila.


Indietro, però, pare ormai difficile tornare.
Ma già adesso i negozi esistenti non vivono. Per far vivere anche i futuri centri commerciali bisogna mettere in atto una politica tesa a richiamare nuovi clienti. Finora si è fatto molto poco. Abbiamo le crociere, e c’è un impegno della Confcommercio per catturare un po’ di questo flusso, i teatri, i congressi e manifestazioni uniche come la Barcolana e la Bavisela, ma non bastano a tenere in vita il settore commerciale. I nuovi centri commerciali distruggono la rete dei negozi di vicinato. Per ogni dipendente assunto dalla grande distribuzione se ne perdono tre nel piccolo dettaglio.


Quali sono le conseguenze?

Si innesca un effetto domino. La chiusura di attività commerciali di dimensione media, che a Trieste sono attorno alle cinque persone, comporta meno lavoro per gli agenti di commercio: nella nostra città quelli iscritti all’apposito registro sono 220. Chiaramente lavorano anche nel resto della regione, ma vivono qui, pagano le tasse qui, i consumi loro e delle loro famiglie restano qui. Chi ha un negozio, poi, fa la spesa nei negozi vicini, quindi si tratta di soldi spesi e consumati qui. E poi ci sono i grossisti, che hanno dipendenti, operano con le banche, sono consumatori a loro volta.


Ma anche i centri commerciali creano posti di lavoro...
Non creano vera occupazione per i giovani. Il turnover del personale è altissimo. Finchè ci sono le agevolazioni per l’apprendistato li tengono, poi... E anche il turnover dei negozi non monomarca è altissimo: un anno e mezzo, due al massimo. A Trieste la grande distribuzione ha trovato una piazza molto favorevole, e vende a prezzi più alti rispetto ad analoghi centri nel Friuli e nel Veneto. Gli incassi di gran parte dei negozi dei centri commerciali vanno a finire nelle sedi delle rispettive catene, i dirigenti vengono da fuori, i negozi di alimentari non si riforniscono dai grossisti locali ma ricevono le merci dai rispettivi centri di approvvigionamento. Tutto ciò porta a un impoverimento ancora maggiore del potere di spesa sul territorio, con meno tasse pagate, meno Iva per la Regione, che ne riceve i 9/10 dallo Stato, e minori introiti anche per il Comune.


Quali le possibili soluzioni per invertire questa pesante situazione?

In Francia, Gran Bretagna e Spagna da tempo hanno fatto marcia indietro sulla grande distribuzione, dando incentivi al commercio al dettaglio con lo scopo di rivitalizzare i centri delle città, dove la presenza del commercio ha anche un funzione di sicurezza. A Trieste non esiste la possibilità di far vivere altri 170 mila metri quadri di superficie di vendita. Stiamo attenti a quel che facciamo. La Confcommercio ha iniziato un percorso lungo per risollevare il settore, per la formazione dei dipendenti, la creazione dei centri commerciali di strada, ma gli operatori sono scoraggiati, perseguitati come sono dalle norme sugli scontrini fiscali, dalle visite degli ispettori del lavoro e dalle tasse. Con i negozi del piccolo dettaglio si crea una concorrenza diffusa, si sviluppa la vita sociale, i rapporti umani.


Se i dettaglianti soffrono, per i grossisti va un po’ meno peggio?

Anche i grossisti sono in difficoltà. Non per niente chiedo da anni il centro commerciale all’ingrosso, per poter creare gruppi di acquisto e dare una possibilità in più per far sopravvivere il piccolo dettaglio.


Ma chi può intervenire per frenare la proliferazione dei centri commerciali?

Non sono contro nessuno, ma ognuno degli attori del settore del commercio e dello sviluppo di Trieste, Regione, Comune e sindacati, dovrebbe ragionare sugli scenari futuri legati all’apertura selvaggia dei centri commerciali. Il Comune ha poteri limitati: può dire sì o no a nuovi essrcizi solo fino a 15 mila metri quadri. Oltre a questa superficie, se le richieste rientrano nel piano regionale della grande distribuzione il Comune deve accoglierle.

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