Con Kezich rivive Fellini

Nel nuovo libro del critico e scrittore triestino Tullio Kezich, torna ”La Dolce Vita”
«È come aver fatto il militare insieme». Così si sentono i reduci, sempre meno numerosi, della ”Dolce vita”. Quelli, come Tullio Kezich, che hanno visto nascere il capolavoro di Federico Fellini. Che hanno seguito sogno dopo sogno, la gestazione, le riprese e il varo di quel film che nel 1960 ha raccontato sul grande schermo un’Italia sospesa tra passato e futuro. Una società in rapidissima evoluzione. Un mondo in transito.


E allora, viene spontaneo, per questi reduci, formulare un sogno. Che chiude ”Noi che abbiamo fatto La dolce vita”, il libro del critico cinematografico e scrittore triestino Tullio Kezich pubblicato da Sellerio (pagg. 256, euro 13). Un diario di bordo, arricchito e ampliato rispetto alla prima edizione, che si conclude con un progetto: quello di fissare in immagini, sotto la regia di Giancarlo Mingozzi, una raccolta di testimonianze di chi era sul set accanto a Fellini.


E il bello è che quel sogno, quel progetto, sta già prendendo forma. Sostenuto dalla Fondazione Fellini e da RaiSat, il film, che potrebbe intitolarsi proprio ”Noi che abbiamo fatto La dolce vita”, ha iniziato a trovare una sua fisionomia. Coordinato proprio da quel Mingozzi che, nel 1960, affiancò Fellini nel ruolo di aiuto regista.


In attesa delle immagini ci restano le parole di Kezich. Che in questo libro ricrea con mostruosa precisione, con gran gusto per il racconto, con brillantezza e scanzonata disinvoltura, l’atmosfera che si era creata sul set. Ma anche le titaniche difficoltà che accompagnarono la preparazione del film. Causate soprattutto dalla diffidenza nei confronti del progetto di produttori come Dino De Laurentiis, Goffredo Lombardo.


E il bello è che Fellini riusciva a trovare anche il tempo per sdrammatizzare, per lasciarsi cullare da una feroce ironia. Aveva imparato a riconoscere l’umore di chi avrebbe dovuto finanziare la sua ”Dolce vita” dall’atteggiamento dei portieri. «Oggi abbiamo il vento in poppa - rivelava -.Quando il portiere non mi fa tutto questo balletto, non sono più tanto sicuro di girare il film». Infatti, ci mancò poco che il suo capolavoro restasse nel limbo dei figli mai nati. Se all’orizzonte non fosse spuntato Angelo Rizzoli.


In realtà, Kezich sul set della ”Dolce vita” ci capitò quasi per caso. Allora scriveva per ”Settimo Giorno” e il direttore Pietro Bianchi lo spedì a Roma per imbastire un’inchiesta sul cinema italiano. Lui, il critico che arrivava da Trieste, aveva appena pubblicato un articolo che batteva le campane a morte per il neorealismo. Si intitolava ”Il caro estinto”. L’altro, il direttore, che non era mai stato neorealista, voleva comunque un ”servizio ottimista”. Per non dover far fronte, poi, al piagnisteo di tutti i cinematografari di casa nostra.


Incontrare Fellini fu una folgorazione. Per quella sua capacità di raccontare sempre storie che puzzavano di falso, ma che si facevano credere lo stesso. Per la sua incredibile abilità di dare la sensazione che lì, sul set, non si stava combinando poi tanto. Anche se il film procedeva a passo di galoppo. Per quella bravura innata a gestire gli attori. Memorabile la scena in cui Anitona Ekberg, con una temperatura che non superava gli otto, nove gradi, accettò di entrare nella Fontana di Trevi. Fingendo di essere una dea caduta dal cielo lì, in mezzo all’acqua gelida. E poi il regista poteva cambiare idea all’improvviso: «Si gira da un’altra parte».


E tutti dietro ai suoi ordini, pronti a seguirlo. Sono fiorite decine di leggende sulla ”Dolce vita”. Come quella che racconta di un Peppino Amato furibondo che urla al regista «piuttosto che firmare un contratto così, lo mangio». E si mette a mordere la carta bollata e a masticarne grossi bocconi. Sono leggende che servono a ingigantire ancor di più il mito di un’opera amata in tutto il mondo. Tanto che i reduci della ”Dolce vita”, con Kezich, ancora oggi ricordano che cosa desideravano in quelle giornate febbrili: «Vorrei che questo film non finisse mai».

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