Il mondo scientifico piange Daniele Amati: fisico di fama mondiale, fu direttore della Sissa di Trieste

Avrebbe compiuto 95 anni. Fu anche responsabile della Divisione teorica del Cern di Ginevra

Daniele Amati in una foto di qualche tempo fa
Daniele Amati in una foto di qualche tempo fa

È morto a Trieste, da cui non se n’è più andato, nella notte tra lunedì e martedì Daniele Amati, fisico teorico di fama mondiale e per 15 anni, dal 1986 al 2001, direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati – Sissa. Avrebbe compiuto 95 anni l’11 agosto.

Era giunto a Trieste nel 1986, dopo una gita in barca decisiva. Fu Paolo Budinich, il fondatore della Sissa, a organizzarla, alla fine dell’estate, da Grado ai casoni della laguna, portando con sé Erio Tosatti, fisico della materia condensata e allora giovane docente della scuola, come testimone e, come si dice tra la gente di mare, portafortuna scaramantico.

«L’esito di quella gita era scontato», ricorda oggi Tosatti, «e Daniele divenne il miglior direttore che la Sissa avrebbe mai potuto avere».

Un decisore pragmatico

Non era un politico accademico, né un burocrate paziente. Lo stile di Amati, racconta chi ha lavorato con lui, era quello di chi decide in fretta e vuole vedere i risultati subito: discuteva le proposte singolarmente con ciascun responsabile di settore, che poi le portava davanti al consiglio della scuola già mature. Tosatti l’aveva battezzata, con affetto, la tecnica del pesce crudo: idee fatte votare, e spesso fatte inghiottire, ma condite sempre da una generosità reciproca tra i vari gruppi di ricerca.

Orizzonti più ampi

Sotto la sua guida la Sissa allargò lo sguardo oltre la fisica e la matematica: nacque l’area di neuroscienze, con un dottorato dedicato, e il master in comunicazione della scienza intitolato a Franco Prattico. Fu tra i pionieri dell’editoria scientifica open access, promuovendo il Journal of High Energy Physics, una delle prime riviste tutte digitali gestite dalla comunità dei ricercatori.

Anche Stefano Fantoni, che di Amati fu allievo sul piano gestionale prima di succedergli alla direzione, ne conferma la statura: «l’uomo che ha fatto la Sissa è stato lui», dice, ricordando come Amati avesse in mente persino un istituto di sistemi intelligenti che la città non riuscì mai a realizzare per questioni politiche. Non tutti i cambiamenti furono indolori.

Tosatti ricorda anche il prezzo di quella trasformazione rapida: nel riscrivere gli equilibri della scuola, Amati mise da parte alcune figure che sarebbe stato prezioso mantenere, come il fisico Luciano Fonda. Una critica affettuosa più che una stroncatura, la stessa che si potrebbe muovere a chiunque decida in fretta senza troppi compromessi: ma è proprio quella rapidità, secondo molti, la cifra del suo successo.

Il profilo

Prima di approdare a Trieste, Amati aveva già attraversato buona parte del Novecento. Nato a Roma nel 1931 in una famiglia ebrea, fu costretto a lasciare l’Italia nel 1939 in fuga dalle leggi razziali: fu in Argentina che nacque la sua passione per la fisica.

A Rio de Janeiro fu il futuro Nobel Richard Feynman a introdurlo alla meccanica quantistica; nel 1954, alla scuola di Les Houches, incontrò Enrico Fermi, con cui strinse anche un legame più informale. Fantoni racconta che Amati camminava veloce anche in montagna, tanto che Fermi lo punzecchiava: «Amati, Amati, in montagna si va piano, se no non si arriva».

Al Cern arrivò nel 1959 e vi rimase per trent’anni, dirigendo tra il 1973 e il 1975 la Divisione teorica. Fu lì, insieme a Gabriele Veneziano, che negli anni Ottanta pose le basi di alcuni tra i risultati più duraturi della sua ricerca, dallo studio della gravità quantistica alle collisioni di stringhe ad altissima energia: un filone di lavoro che, tramite applicazioni recenti alla fusione di buchi neri, la comunità scientifica ha riscoperto solo negli ultimi anni.

Anche dopo la fine del mandato alla Sissa continuò a frequentarla con lo stesso entusiasmo. Fino agli ultimi anni ha conservato intatta la fiducia nella ricerca come strumento di conoscenza, un’eredità che oggi la comunità scientifica triestina ritrova nei laboratori e nelle aule che ha contribuito a costruire.

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