Delitto a Servola, sotto choc e in preda al senso di colpa, così Crasso si credeva un'assassina

TRIESTE Quasi cieca e con problemi alle mani. Ma, soprattutto, sotto choc e divorata da un senso di colpa tale da addossarsi la responsabilità della morte del marito. Che, invece, potrebbe essersi suicidato piantandosi una coltellata al petto.
Le quarantotto pagine della perizia psichiatrica del dottor Mario Novello, ex responsabile del Dipartimento di Salute mentale dell’A.s.s. n°4 Medio Friuli, hanno scagionato la settantenne Loredana Crasso indagata per omicidio. Il coniuge Fulvio Visintin, il settantatreenne deceduto il giorno di Pasqua del 2018 nel soggiorno della sua abitazione di via dei Vigneti, non sarebbe stato ucciso. Crasso è stata scarcerata l’altro ieri dopo quindici mesi di arresti domiciliari. Un vero e proprio colpo di scena su una storia che pareva già scritta.
La perizia del dottor Novelli, il consulente di cui si è avvalso il gup Guido Patriarchi, analizza con precisione sia lo stato psichico che quello fisico della settantenne. Da entrambi gli accertamenti viene escluso il suo coinvolgimento diretto nella tragedia. L’analisi smonta, di fatto, l’accusa formulata dal pm Pietro Montrone. Un’accusa che si basava innanzitutto sulla confessione della stessa Crasso. Una confessione che il medico però oggi non ritiene attendibile, avvalorando – come detto – la tesi del suicidio. Tanto più vista la profonda depressione che Visintin, noto soprattutto nell’ambiente calcistico amatoriale cittadino, stava attraversando all’epoca dei fatti. Un disagio dovuto a una relazione con un’amante, per la quale il settantatreenne si era indebitato aprendole vari conto correnti e finanziamenti a proprio nome. La famiglia aveva scoperto tutto. Visintin, depresso e con i parenti contro, negli ultimi mesi aveva riempito la casa di rosari e santini. Lui che non era neppure credente. Si sarebbe ammazzato dopo una lite con la moglie Crasso.
La perizia
Il dottor Novello ha visitato quattro volte Loredana Crasso. I colloqui sono avvenuti nel soggiorno dell’alloggio di via dei Vigenti, dove Visentin era stato trovato ferito. Il medico ha costatato innanzitutto il quadro sanitario della settantenne, affetta da un grave deficit visivo (a causa di un glaucoma) e da una disfunzionalità agli arti (deficit di forza) dovuta ad alcuni interventi chirurgici. La perizia, che era stata sollecitata dall’avvocato dell’indagata, Silvano Poli, conclude affermando che, in quelle condizioni di precarietà fisica, la settantenne difficilmente avrebbe potuto colpire a morte il marito affondando 15 centimetri di lama. Non ne avrebbe avuto la potenza. Tanto più visto il coltello usato: di pessima qualità, non affilato e poco appuntito.
Le liti
Il rapporto tra Crasso e Visintin era deteriorato da anni, proprio a causa della doppia relazione dell’uomo con l’amante e i soldi che lui le versava. Il giorno di Pasqua, qualche ora prima della coltellata, la moglie aveva gettato nella spazzatura il regalo del marito. I due quel giorno non si erano nemmeno parlati. Ma quello che è accaduto nei momenti che hanno preceduto il dramma non sono ricostruibili con esattezza. Crasso, scrive lo psichiatra, «mette in atto processi di rimozione e di dissociazione». Ricordi confusi e contraddittori, alterati da uno stato psichico sconvolto. Sulla dinamica, al momento, valgono quindi solo le ipotesi: la lite, l’uomo che impugna il coltello da cucina (oppure, come plausibile, lo prende dalle mani della moglie) e, colto da un impeto di disperazione, si uccide. Quel che è certo è che Crasso telefona al 118. Nella chiamata, registrata e agli atti, si sente la voce agitata della coniuge: «Mi può morire mio marito, aveva il coltello in mano e si è fatto male al petto... sta perdendo sangue».
La confessione dubbia
Ma la settantenne si accolla la responsabilità, dicendo alla Polizia e al pm di essere stata lei. Perché? Lo psichiatra ritiene che Crasso, dopo aver scoperto il marito pieno di sangue, possa essere stata travolta da un enorme choc emotivo e un profondo senso di colpa capaci di farla ritenere responsabile del gesto del coniuge. Un senso di colpa dovuto ai litigi, al rifiuto che ormai provava nei confronti del compagno, al fatto che in quello stesso giorno di Pasqua non aveva scambiato nemmeno una parola con il lui. Loredana aveva buttato nell’immondizia anche il regalo che il marito le aveva fatto. Lo choc può aver indebolito le capacità critiche della donna. Così il senso di colpa, che può averla spinta a confessare qualcosa che non aveva fatto perché, osserva lo psichiatra, «si sentiva colpevole comunque».
Il suicidio
Quella del suicidio è l’ipotesi più accreditata da Novello. «Al perito sembra che l’unico modo possibile – si legge nel documento – sia stato quello in cui l’uomo spingeva con entrambi le mani il coltello, con forza, nel proprio addome dopo averlo appoggiato perpendicolarmente sulla parete addominale». —
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