Delitto di Servola, scarcerata la moglie

TRIESTE La settantenne Loredana Crasso, indagata per la morte del marito Fulvio Visintin di settantatré anni, è stata scarcerata. Dopo quindici mesi di arresti domiciliari. Non avrebbe ucciso il coniuge. L’uomo potrebbe essersi suicidato.
È una vera e propria svolta qualla sul “delitto di Servola”. Un caso, appunto, apparso fin qui come un omicidio. Visintin era stato trovato con una coltellata al petto nella sua abitazione di via dei Vigneti 22/2 la sera di Pasqua del 2018. La moglie aveva confessato sia in Questura, davanti alla Polizia, sia nell’interrogatorio del pm Pietro Montrone.
Ma lo psichiatra di cui si è avvalso il gup Guido Patriarchi, il dottor Mario Novello, già responsabile del Dipartimento di Salute Mentale dell’A.S.S. n°4 “Medio Friuli”, ha presentato una visione totalmente diversa della vicenda rispetto a quella fin qui nota. La perizia era stata chiesta dal difensore di Crasso, l’avvocato Silvano Poli. L’esito è sorprendente. Crasso, stando a quanto rilevato dal consulente, avrebbe reso le confessioni agli inquirenti in una condizione psicologica provata. Non attendibile. La settantenne si sarebbe addossata la responsabilità dell’omicidio. Forse per un profondo senso di colpa che non le consentiva di comprendere con lucidità quanto avvenuto. Crasso sarebbe stata offuscata da uno choc emotivo post traumatico così forte da provocare «un restringimento del campo della coscienza», scrive il dottor Novello, con conseguente perdita del contatto con la realtà. I sensi di colpa avrebbero fatto il resto, tanto da spingere l’anziana a confessare ciò che potrebbe non aver fatto. Ma sensi di colpa dovuti a cosa? Qui sta il nodo del problema.
Visintin in quei mesi stava attraversando un periodo di depressione: la famiglia aveva scoperto la sua relazione con una donna, a cui il settantatreenne spediva soldi. Visintin era un uomo distrutto. I parenti, come immaginabile, non erano ben disposti nei suoi confronti. Quel giorno di Pasqua i due coniugi devono aver litigato per l’ennesima volta, forse proprio a causa di quella doppia relazione di Visentin. Si presume che Crasso avesse in mano un coltello da cucina e che, durante la lite, il marito – colto da un impeto di disperazione – abbia afferrato l’arma piantandosela al petto. È un’ipotesi. Appare in effetti difficile che Crasso – le cui condizioni di salute non sono ottimali (ha pesanti problemi di vista e difficoltà agli arti) – abbia avuto la forza di affondare la lama nel corpo del marito a una profondità di quindici centimetri. E il coltello stesso era di bassa qualità. Di fronte alla nuova visione dei fatti documentata dallo psichiatra, l’avvocato Poli ha ottenuto la scarcerazione della propria assistita. La difesa ha chiesto di procedere a carico di Crasso con il rito abbreviato, condizionato a una nuova perizia: un esame sulla ferita, in modo da capire se il tipo di taglio può essere stato provocata da un gesto di autolesionismo. —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








