Dietro l’eroe e il fine scrittore c’era un bambino egocentrico

Per una passione amorosa calpestò i principi ideali sempre professati

Un amico che voleva lusingarlo un giorno gli chiese come facesse a conoscere così bene la psiche femminile e con mio grande stupore lui non si schermì da quel complimento che avvertì del tutto appropriato. Rispose molto seriamente che si trattava di sguardo, bastava saper guardare le donne con gli occhi e non con il filtro della letteratura. E in quel momento capii che non era la prima volta che gli rivolgevano un apprezzamento del genere.

È vero, forse nei suoi libri dà l’idea di essere uno interessato alle donne, uno che sa bene comprenderle e amarle in modo generoso, con la grazia complice e soleggiata degli amanti. Io invece credo sia solo un egocentrico, un bambino eterno, a dispetto di quella sua divisa decorata.

E mi rendo conto che devo guardarmi dal fare questa affermazione ad alta voce, che l’intera città si rivolterebbe contro di me, perché gli eroi non si toccano, tanto meno adesso che così a fatica riusciamo a trovare un ideale per cui combattere con un certo credibile convincimento.

Mi chiedete chi sono io per dire una cosa del genere?

Non ho titoli né per giudicare l’uomo né per dire la mia sull’opera, ma ho testimoniato alle sue nozze e posso dire qualcosa di come lui trattò l’amore, quando gli capitò tra le mani.

Lo ammetto, sono di parte. Quel giorno io stavo pochi passi dietro alla sposa, amico di lei dai tempi in cui le nostre madri ci portavano ai bagni nei pomeriggi d’estate, e poi suo confidente negli anni dell’adolescenza e della passione irredentista. Ma non è di Elody che voglio parlare. Piuttosto di lui, che conoscemmo insieme una sera, in una di quelle riunioni in cui si cospirava attorno alla lingua italiana e alle idee di liberazione.

Me lo ricordo bene, veniva con i suoi fratelli e aveva l’aria da professore solerte, di certo da uno poco pratico con le faccende della vita. Tant’è che quando partì per la guerra mi preoccupai per lui, perché era audace e coraggioso, ma sembrava poco preparato a sostenere le fatiche che ci aspettavano nei giorni terribili di gelo, fango e solitudine, là in trincea.

Mi sbagliavo. E comunque io solo mi preoccupai per lui, non certo Elody che nelle lettere non faceva che raccomandarmi Scipio, il suo grande amore mai corrisposto. Ma Scipio non poteva essere protetto, lui era la gioventù selvaggia del nostro Carso, e i suoi slanci e le grandi sofferenze dell’animo che seducevano la mia amica si trasformarono in battaglia in un ardore senza risparmio.

Le scrissi della sua morte, nella quinta battaglia dell’Isonzo. Lei non rispose mai, e quando tornai la trovai già insieme a lui. L’uno accanto all’altra, come uniti da un affiatamento istantaneo che non si era mai manifestato prima.

Lui aveva perso un fratello in battaglia, e quelle due giovani morti ci avevano cambiato più della stessa guerra. Ora eravamo più pacati, analizzavamo le conseguenze di ogni azione, meditavamo le scelte. E loro due forse meditarono il loro amore.

All’inizio lo conoscevo poco, sapevo che scriveva, come molti dei nostri amici del resto, ma non aveva ancora pubblicato nulla. Si frequentaro. no per un po’ e poi decisero di sposarsi.

Quando Elody me lo disse, chiedendomi di starle accanto nel giorno deciso, mostrai una decorosa partecipazione. Qualche anno prima mi sarei disperato. Lui non mi sembrava uno in grado di insegnare l’amore come l’avevamo sempre sognato – l’eroico, dispendioso amore che credevamo il riflesso del nostro inquieto animo azzuro-marino.

Conoscevo Elody dall’infanzia, mille volte mi ero tuffato con lei tra le onde e mille volte l’avevo vista correre dietro a noi maschi per rubarci le olive. Rimasi quindi stupefatto di come lei accettò le regole di quel nuovo amore: la riservatezza, la discrezione, i molti figli. Tutto come lui voleva.

Lui era uno così, votato alla causa e alla politica, un uomo pubblico, un eroe nazionale che doveva salvare le apparenze e dare l’esempio. E mai li vidi scambiarsi una pubblica tenerezza, tanto meno un bacio.

Quando a lei facevo notare la mancanza di quello slancio irragionevole che, credevo, sempre accompagna gli amori benedetti, lei mi sorrideva: «È il suo modo di amare» diceva, e mi inteneriva il modo che aveva di difenderlo e essergli vicina. Perché il loro, nonostante tutto, fu vero amore, ne sono certo.

Provai a parlare con lui, come un ingenuo. Molto seriamente mi spiegò che aveva dei doveri, c’erano i figli da educare e la causa da portare avanti. Mi disse anche che questo loro modo di stare insieme era l’unico che lui riusciva a immaginarsi e faceva di Elody la sola donna con cui mai avrebbe potuto passare la vita.

Perché lei era forte e discreta, mandava avanti la casa, lo sosteneva e comprendeva tutto della sua attività letteraria, cui per altro lei stessa si dedicava con un certo talento. Diceva la verità, quel giorno.

E io solo potevo pensare a quanto doveva essere rassicurante e fiducioso avere accanto un uomo così. Fui contento per la mia cara amica.

Per questo capirete perché tremai e mi infuriai e mi diedi dell’idiota quando intercettai quelle lettere, destinate a una donna che non conoscevo. Scritte dal pugno di quel marito assennato.

Picia mia, vorrei avere la tua piccola mano gentile, le tue mani, e baciarmele con partecipazione amorosa. E vorrei che tu mettessi il tuo capo sul mio cuore.

E ancora Ti sei completamente dimenticata di me?

Oppure, terribile: Trieste senza di te non è più Trieste. Stamattina sono stato a casa (casa tua? casa nostra?) Tutto mi sembrava bello, anche il letto.

Il resto l’ho cancellato, per pudore e perché quelle parole di miele e dipendenza mi offesero due volte. Non solo perché significavano la fine di un amore che avevo giurato di proteggere ma, quasi in misura più grave, perché oltraggiavano l’idea che di lui mi ero costruito: il suo talento letterario, la sua affidabilità, il suo eroismo.

Ma ancora una volta ero solo uno sciocco, uno che dell’animo umano aveva superficiale comprensione. E in questo riconosco a lui non solo una maggiore complessità di spirito, ma anche audacia e coraggio. Divenne, a cinquant’anni, ciò che mai avrebbe sognato di essere. Un ragazzino che spasima dietro a un amore complicato, un uomo che si mostra nudo a una donna che si ritrae.

Non me la presi a male per come aveva tradito la mia più cara amica, con il peggiore dei tradimenti, concedendo a un’altra con facilità ciò che a lei aveva imposto di evitare: la febbre eccitata di rivedersi, i pomeriggi perduti tra le lenzuola e le finestre aperte sulle orecchie dei vicini, i baci bagnati per le strade sotto gli occhi di tutti – l’eroe della nazione dimentico di se stesso.

No, sapevo che aveva amato sinceramente Elody e questo mi metteva in pace. Più subdolamente soffrivo perché mi sentivo un bambino sciocco che aveva creduto alla favola del composto amore, come se nella vita si riuscisse davvero a calcolare e valutare in nome della ragion di stato e di famiglia, come se qualcuno di noi fosse veramente in grado di eludere e controllare le vertiginose regole dell’attrazione.

No, nemmeno un eroe poteva riuscirci. E questo ammirai di lui, gli invidiai perfino: l’aver saputo, per un amore, deporre la sua arma più sicura. La buona letteratura, la capacità innata di un vero scrittore di proteggersi con le parole: in quei giorni, in altre stanze, seppe farne a meno.

(Il disegno è di Massimo Jatosti)

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