Dipiazza: se inquina ancora chiudo la Ferriera

Cosolini: «Lo dice da anni, lo faccia. Ma non mescolerei la salute con la politica»
«Otto mesi. Sia chiaro, sono pronto ad agire».
Roberto Dipiazza
, dopo le ordinanze in cui ha intimato alla Servola Spa di ridurre le emissioni, prepara il conto alla rovescia per la chiusura della Ferriera. Un atto inevitabile, assicura il sindaco, «se in questo periodo i dati sulle sostanze inquinanti continueranno a sforare i limiti di legge». Così il primo cittadino chiarisce - e conferma - l’orientamento messo nero su bianco ieri, con un intervento sul
Piccolo
. «Se nei prossimi mesi - così aveva scritto - i controlli commissionati dalla procura fornissero una media annuale delle emissioni nocive oltre i limiti di legge, il provvedimento di chiusura diverrebbe inevitabile».


«La legge - ha spiegato ieri sera Dipiazza - dice che per agire devo avere un anno di sforamenti medi. Finora ne sono stati rilevati quattro, nei quali l’azienda sanitaria ha certificato per la prima volta che non si tratta di semplice imbrattamento, ma che tali emissioni nuocciono gravemente alla salute».


Ma a chi spetterebbe, nel concreto, decidere la chiusura della Ferriera? «Non è che domani - precisa - il sindaco va lì e dice ”chiudete tutto”. Mi confronterò con la procura, è del tutto evidente. L’attuale proprietà, in questo momento, dovrebbe essere furba e fare il possibile affinché la trattativa con Arvedi vada avanti». Un rientro delle emissioni nei parametri di legge, dunque, è per Dipiazza il presupposto-base per l’eventuale passaggio della Ferriera dal gruppo Lucchini a quello di Cremona. E anche davanti ad Arvedi, incalza il primo cittadino, «servirà un’unità istituzionale tale da imporre alla nuova proprietà tutti i paletti ambientali già prima di concludere l’affare».


«Ho avuto la sensazione che Arvedi abbia l’intenzione di presentare un piano industriale compatibile con l’aspetto ambientale», conferma l’assessore regionale al lavoro
Roberto Cosolini
. Il quale, però, bolla l’ultima uscita di Dipiazza. «Non mi stupisce - commenta Cosolini - quanto ha detto il simpatico sindaco. È chiaro che se le violazioni delle norme ambientali comportano danni accertati alla salute dei cittadini, chi ha la responsabilità di decidere dei provvedimenti lo deve fare. Il principio della tutela della salute, tuttavia, è argomento troppo delicato per farlo scivolare nel dibattito politico. È il momento di azioni serie e rigorose, non di annunci roboanti quanto inconcludenti. Per anni Dipiazza ha continuato a dire ”chiudo, chiudo”. Salvo poi, quando è emersa la soluzione Arvedi, assumersi meriti che non aveva dicendo ”ho fatto bingo, salvo l’industria e l’ambiente”. Ora, invece, se ne torna allo scoperto con un nuovo annuncio».


Un annuncio, come lo chiama Cosolini, che peraltro arriva a pochi giorni di distanza dalla missione triestina del ministro dell’Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio. Ed è proprio un altro verde, il consigliere regionale
Alessandro Metz
, a suggerire la strada più radicale. «I dati ambientali - tuona Metz - dimostrano che la Ferriera in città non ci può più stare. Le istituzioni, dal Comune alla Regione fino allo Stato, dovrebbero farsi carico di garantire il prima possibile un reddito a chi lavora in quello stabilimento. Facciamo questo passo anziché aspettare la solita alternativa occupazionale. Ritengo che, anche sotto il profilo finanziario, sarebbe più conveniente».


Dal fronte sindacale, intanto, l’uscita di Dipiazza scatena una pioggia di critiche. «Mi sembra che il sindaco sia un po’ volubile visto che fino a dieci giorni fa si era dimostrato entusiasta dell’ipotesi Arvedi», rileva il segretario provinciale della Cgil
Franco Belci
. «Trovo che con le parole del primo cittadino - gli fa eco
Wally Trinca
per l’Ugl - si fornisca un pessimo biglietto da visita ad Arvedi». «Mi piacerebbe - aggiunge il segretario della Uilm
Enzo Timeo
- che chi parla di chiusura adoperasse la medesima forza, che ci mette per la difesa dell’ambiente, anche per la riqualificazione dei posti di lavoro». «La questione è politica fin dal 2001 - fa notare infine il segretario provinciale della Cisl
Luciano Bordin
, secondo cui «occorre un percorso condiviso e preciso altrimenti si rischia di restare ostaggi del solito ricatto ”lavoro o ambiente”, deresponsabilizzando al tempo stesso l’azienda».

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