Ferriera “in vendita”, i sindacati invocano garanzie sulla riconversione

TRIESTE La giunta regionale non smentisce le indiscrezioni sulla due diligence avviata dall’Autorità portuale per stimare il valore della Ferriera, ma il presidente Massimiliano Fedriga e l’assessore Fabio Scoccimarro neppure si spingono a tracciare il profilo di un percorso di riconversione su cui il responsabile dell’Ambiente chiarisce di non avere ancora certezze ma solo fondate speranze. Dal canto loro i sindacati aprono a ipotesi di trasformazione logistica, ma lamentano di non essere stati coinvolti nella prima fase di confronto e stigmatizzano il mutismo di Siderurgica Triestina, chiedendo alla Regione di mediare affinché la proprietà incontri i lavoratori per illustrare un business plan atteso da anni. L’azienda si trincera però anche questa volta dietro il silenzio.
Sta tutta qui la sintesi dell’incontro organizzato ieri in piazza Unità fra giunta regionale e organizzazioni sindacali, dopo il quale i rappresentanti delle rsu dello stabilimento escono con facce deluse. Fedriga non può dire più che la Regione è alla ricerca di soluzioni per chiudere l’area a caldo senza perdite occupazionali. Il presidente chiarisce anche di voler ottenere dall’impresa un documento che formalizzi il piano industriale. L’ufficio stampa di Siderurgica Triestina non fornisce però informazioni in merito né spiega i motivi del mancato confronto con i lavoratori, che domandano di essere ricevuti da un anno.
Umberto Salvaneschi (Fim Cisl) parla di «incontro purtroppo interlocutorio. C’è grande preoccupazione perché anche con la dismissione servono investimenti per garantire la sicurezza. Si continua a parlare di riconversione e da un anno abbiamo chiesto un incontro presso il Mise senza avere risposta». I sindacati non credono all’assorbimento degli eventuali esuberi: «Il laminatoio non può occupare tanto personale e la logistica è sempre più automatizzata», dice Salvaneschi. Le stime sindacali parlano ad ogni modo di 150 assunzioni in caso di un ampliamento del laminatoio.
Franco Palman (Uilm) sottolinea però che «manca la risposta del cavalier Arvedi sugli investimenti per il futuro. Tra i lavoratori c’è nervosismo e insicurezza: aspettiamo il piano industriale da tre anni. La riconversione? Un’opportunità di un cambiamento strutturale non vedrà mai il no del sindacato ma serve concretezza sulla tutela dei posti di lavoro». Marco Relli (Fiom Cgil) nota infine come «apprendiamo le cose solo dalla stampa, mentre ormai sappiamo che l’area a caldo nel protocollo firmato con i cinesi è considerata strategica per lo sviluppo di un terminal ferroviario. Intanto l’industria triestina si riduce sempre più».
Scoccimarro intanto non va oltre quanto ripetuto in queste settimane: «Da quando la giunta si è insediata ha avviato un percorso che punta alla riconversione dell’area a caldo, attraverso cui sarà possibile tutelare sia la salute dei cittadini sia i posti di lavoro. Al momento non c’è un accordo scritto che formalizzi tale azione, ma il dialogo tra Regione e proprietà prosegue e questa interlocuzione da spigolosa e ruvida, grazie a mesi di lavoro e impegno, è diventata costruttiva. Ovviamente quando verranno formalizzate delle proposte queste verranno discusse anche con i sindacati».
Assente all’incontro l’assessore al Lavoro Alessia Rosolen, che tuttavia ha inviato i propri funzionari: dalla giunta assicurano si tratti di impegni istituzionali concomitanti, ma a palazzo si dice che Rosolen non abbia gradito il mancato coinvolgimento negli incontri con la proprietà. Quanto alla due diligence dell’Autorità portuale, Scoccimarro precisa che «se dovesse concretizzarsi la riconversione saranno necessari interventi di bonifica. Tali azioni dovranno essere eseguite dai privati oppure il sito dovrà essere acquisito da un ente pubblico, nello specifico l’Autorità, che potrebbe utilizzare fondi pubblici per la bonifica. Ovviamente in questo caso la proprietà della Ferriera vorrà avere un riscontro economico dalla cessione. Chi fa impresa non fa beneficienza». —
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