Flop dei diamanti, dieci triestini dal giudice

Federconsumatori in campo con i risparmiatori che rivogliono i soldi investiti nel business dei gioielli bocciato dall’Antitrust

Un investimento «sicuro» e «redditizio», che segue un mercato «stabile» e in «costante crescita». È il sogno di tanti risparmiatori.

E tanti in effetti, con un gruzzoletto da parte e la propria banca in prima linea a promuovere la novità, sono stati attirati da questa allettante proposta. Peccato che non è tutto oro quel che luccica. È il caso proprio di dirlo quando si parla del caso degli investimenti in diamanti “gonfiati” che hanno sedotto oltre 100 mila italiani - e tra questi anche un cospicuo numero di triestini al momento non quantificabile, di certo non meno di dieci - che alla fine si sono ritrovati con un pugno di pietre che vale, in alcuni casi, neanche la metà delle promesse.

Promesse fatte da due società in particolare, la Intermarket Diamond Business (Idb) e la Diamond Private Investment (Dpi), beneficiarie di un guadagno pari a più di un miliardo di euro ottenuto avvicinando i risparmiatori con «informazioni ingannevoli e omissive, diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale dalle stesse predisposto». Così ha stabilito l’Antitrust dopo il polverone sollevato l’anno scorso, sanzionando per 15 milioni di euro banche e operatori. Perché il business è stato portato a termine «anche attraverso gli istituti di credito con i quali (le società, ndr) operavano quale principale canale di vendita dei diamanti», spiegano da Federconsumatori, una delle prime associazioni ad aver portato in superfice il problema. Le banche in questione sono quattro: Unicredit e Banco Bpm per Idb, Intesa San Paolo e Banca Monte Paschi Siena per Dpi.

La pronuncia è stata impugnata al Tar da vari soggetti, fra cui anche Idb. Le notizie che risultavano «ingannevoli e omissive», secondo l’Antitrust, riguardavano «il prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici», «l’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita», «l’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate con una tempistica certa» e «la qualifica dei professionisti come leader di mercato».

In pratica l’acquisto era stato presentato come investimento «sicuro, redditizio, e soprattutto liquidabile e rivendibile secondo una tempistica certa», spiegano da Federconsumatori. Ma «queste condizioni non sono state rispettate e i cittadini investitori incontrano gravi difficoltà a rivendere i diamanti acquistati e a rientrare in possesso degli importi corrisposti». Le associazioni di tutela dei consumatori ora stanno raccogliendo a livello nazionale le istanze di tutti quei liberi risparmiatori finiti in questo pasticcio.

A Trieste, per il momento, a Federconsumatori si è rivolta una decina di persone. E non mancano le segnalazioni dalle altre province: 15 da Udine e sette da Pordenone. In regione i clienti appartenevano soprattutto a filiali di Unicredit e Mps. I risparmi di una vita ammontano per ciascun risparmiatore tra i 25 mila e i 40 mila euro.

Il che vuol dire, facendo una media di 30 mila euro a testa, che per appena 32 risparmiatori accertati in Fvg è stato raccolto quasi un milione di euro. Ma è solo la punta di un iceberg, poiché potrebbero essere molte di più le persone che si sono rivolte ai propri avvocati di fiducia o che, al contrario, non hanno ancora preso di petto la situazione, non sapendo dove sbattere la testa. Per questo Federconsumatori Trieste fa sapere di essere a disposizione, con il proprio sportello di via Matteotti 3, di tutti i cittadini che hanno effettuato tale forma di investimento e che sono intenzionati e rientrare in possesso degli importi corrisposti come prezzo di acquisto.

L’associazione ha avviato le azioni necessarie a tutelare i loro risparmi ed interessi, procedendo secondo gli indirizzi definiti dalla propria struttura nazionale.

«Si tratta di opposizioni individuali, ma la nostra consulta giuridica nazionale – spiega Angelo D’Adamo, responsabile della sezione triestina di Federconsumatori – sta valutando un’azione collettiva, anche se è complicato perché in Italia per intraprendere delle “class action” ci deve essere una determinata omogeneità rispetto al problema. Se già un risparmiatore ha investito una cifra diversa da un altro, ecco che si incontrano i primi paletti». Quello che è stato fatto è un reclamo introduttivo con «una lettera di messa in mora attraverso cui si avviano le procedure di recupero del credito. Saranno poi i nostri avvocati che decideranno il da farsi – precisa D’Adamo –. Inoltre sotto le nostre pressioni Unicredit, Intesa San Paolo e Mps, mentre Bmp fa orecchie da mercante, hanno preso un impegno, cioè di riacquistare i diamanti e rifondere la cifra totale, passando prima per un tentativo di vendita. Se ciò non si concretizzerà, partiranno le azioni legali e la lettera di messa in mora. È il primo atto formale che tutela anche da possibili azioni future ed è propedeutico a tutto quello che può nascere in seguito, poiché non si esclude una rivalsa da parte di una banca»..

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