Il ricordo di Franco Richetti: «Il presidente Comelli puntò alla ricostruzione subito dopo il terremoto»

L’allora 34enne capo di Gabinetto: «Quella stagione ha potenziato la regione e l’ha resa capace di essere una realtà moderna»

Laura Blasich

«Il presidente Comelli era persona che non amava la spettacolarità, decideva in modo attento e poi operava». Secondo presidente della Regione Fvg, eletto nel 1973, Antonio Comelli lo fece con la gestione del terremoto, ma anche nella scelta del suo capo di Gabinetto, il 34enne triestino scudocrociato Franco Richetti (che dell’ente continuò a occuparsi anche dell’organizzazione e informatizzazione).

«La sera del terremoto ci siamo sentiti – ricorda Richetti, negli anni ’80 e fino al 1991 due volte sindaco di Trieste –, non è venuto a Trieste e ci siamo visti il giorno dopo. Mi disse: “Da oggi sono responsabile della ricostruzione”. Anche se nessuna decisione ufficiale era ancora presa, le idee erano ben chiare».

Comelli, nato a Nimis, ancora, «si sentiva obbligato a stare con la sua gente» e al suo capo di Gabinetto delegò nei fatti il controllo sul funzionamento della Regione. «Dovevo garantire che non accadesse nulla di straordinario e irregolare, dove osservare e riferire, svolgendo un controllo discreto, oltre ad accompagnare sui luoghi del terremoto le delegazioni delle altre Regioni, le commissioni», racconta Richetti, friulano per parte di madre, vicino con il cuore «a quelle terre tormentate». Dove si recò con il presidente della Regione due giorni dopo il sisma.

All’inizio la Regione subì pressioni sulla ricostruzione, perché «c’era la tendenza a nominare un commissario governativo», ma poi il compito fu delegato al presidente che operò in stretta sinergia con il commissario all’emergenza Zamberletti. «Ognuno dei due sosteneva i Comuni che non ce la facevano a fare fronte al carico di lavoro dettato dalla ricostruzione, quanto avviene anche ora con il Pnrr – spiega Richetti –, mettendo a disposizione in via temporanea il personale della Regione e dello Stato». Se il modello Friuli funzionò, fu del resto proprio per «la grande fiducia riposta nei Comuni e al controllo esercitato», ma anche per la capacità di svolgere presto le verifiche tecniche e «decidere di abbattere gli edifici civili che non potevano essere recuperati».

«Le prime sistemazioni furono portate a termine nell’arco di due anni», ricorda Richetti, assieme ai percorsi più lunghi, quelli che portarono alla ricostruzione del centro storico di Gemona e del duomo di Venzone. Una scelta dettata dalla volontà di salvaguardare storia e memoria e che fa il paio con quella di ricostruire dov’erano i centri pesantemente danneggiati.

«All’inizio si fece strada la tendenza, sostenuta dal Partito socialista, di ricostruire fuori dalle zone montane e alla quale la Dc (che governava la Regione con 27 consiglieri più quattro del Psdi e uno del Pri, ndr) si oppose, perché le radici andavano mantenute. E così si è fatto. Costruire altrove avrebbe significato sradicare la popolazione».

Il terremoto mise in moto un’idea di crescita, oltre che tanta solidarietà, ma non fu subito un fattore unificante secondo Richetti. «Alla fine sì, perché contemporaneamente alla fase della ricostruzione si penso ai “danni indiretti”, a quali strutture mancassero per facilitare lo sviluppo – spiega l’ex sindaco di Trieste –. Si decise così di istituire l’università a Udine, di realizzare tratte ferroviarie mancanti. Questo mise in crisi la componente triestina più gretta e fece nascere la Lista per Trieste. Nel 1978/79 si lottò contro questa impostazione e alla fine è prevalsa la linea dell’integrazione e Trieste ha ottenuto nuove istituzioni scientifiche».

Quella stagione, «un periodo di capacità realizzative senza tante scene e piagnistei», alla resa dei conti ha quindi «potenziato la regione e l’ha resa capace di essere una realtà moderna». «Antonio Comelli è sempre rimasto per me un punto di riferimento di operatività politica», conclude Franco Richetti.

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