La scossa che non possiamo dimenticare
Un popolo capace di reagire alla catastrofe come in poche altre parti del mondo: chi c’era ha il compito di raccontare l’epopea del Friuli alle generazioni venute dopo

Chi la sera del 6 maggio 1976 a Trieste, a Gorizia, a Monfalcone e in tutta la Venezia Giulia aveva – diciamo – dai cinque anni in su, non può dimenticare. Neanche se, per sua fortuna, si trovava comunque a distanza di sicurezza dall’epicentro della scossa delle 21 in punto.
Ognuna di quelle persone conserva il ricordo indelebile di quegli stranianti, terribili 59 secondi: il pensiero corre fluido a cosa si stava facendo, dove si era, chi si aveva vicino. Un po’ come quando si rivivono con la mente i grandi fatti della storia diventati rito collettivo e di cui si è stati spettatori: lo sbarco sulla Luna del 20 luglio 1969, il rapimento di Moro del 16 marzo 1978, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.
Altrettanto nitida, per le genti giuliane di allora, è la memoria del senso di partecipazione e di solidarietà che pervase gli animi nelle ore e nei giorni successivi al sisma di cinquant’anni fa, mano a mano che il bollettino della tragedia giungeva da una terra così vicina, da quei luoghi tanto familiari, abitati da parenti, amici, conoscenti e all’improvviso ridotti a cumuli di macerie e a brandelli di muri sbrecciati.
Aiutare, soccorrere, ospitare, abbracciare, informare: un’ondata di naturale solidarietà che venne assecondata istintivamente prima ancora che organizzata istituzionalmente. È il sentimento di pietà e di fratellanza che nei momenti più tragici e bui si staglia sopra le piccolezze quotidiane, rendendo l’umanità capace di imponderabili slanci di altruismo.
Vennero poi i giorni della rinascita. Un popolo capace di reagire alla catastrofe come in poche altre parti del mondo: da un paesaggio ferito, ridotto in frantumi, a un panorama di rifioritura economica, culturale e sociale, persino sportiva. Con la riedificazione, pietra su pietra, di Venzone, Gemona e Osoppo che ne è divenuta il simbolo plastico.
Chi c’era, quella sera, non può dimenticare e ha il compito di raccontare l’epopea del Friuli alle generazioni venute dopo: dal terremoto una lezione per il futuro.
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